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La ripresa degli sport di contatto e il "politichese" dell'Emilia-Romagna. Perché non si vuole davvero ripartire in sicurezza?

Otto regioni hanno già dato il via libera, in Lombardia si riprenderà il 10 luglio, da Bologna invece si continua a prendere tempo, senza capire che riaprire gli impianti significherebbe dare maggiori garanzie

Si gioca a beach volley su una spiaggia della Riviera Romagnola. Ma negli impianti sportivi non è ancora possibile

La ripresa degli sport di contatto? Dalla Regione Emilia-Romagna arriva una risposta in “politichese”. «Siamo possibilisti sulla riapertura, ma con la cautela del caso visto che la ripresa sarebbe di fatto il superamento del distanziamento sociale». Sono le parole di Gianmaria Manghi, capo della segreteria del presidente della Giunta. Dunque “possibilisti ma con cautela”, cioè né sì e neppure no, giusto per evitare polemiche in un senso o nell’altro, il modo migliore per respingere al mittente la palla che nella serata di ieri il ministro Vincenzo Spadafora aveva spedito nel campo delle Regioni specificando che per lui esiste il via libera, ma che adesso tocca ad altri prendersi le proprie responsabilità.

Resta dunque da capire il motivo per cui in Abruzzo, Sicilia, Puglia, Liguria, Veneto, Marche, Campania e da oggi anche nel Lazio determinate discipline si possano già praticare e in Lombardia, la regione più colpita dal virus, c’è già la data del 10 luglio per la ripartenza mentre in Emilia-Romagna (così come in altri territori) si continua a rimandare nella speranza che siano altri a prendere le decisioni.

Fra l’altro ci sono anche molte incongruenze in quanto viene dichiarato. Dal 26 giugno, per fare un esempio, da Bologna è arrivato il via libera per occupare al cento per cento i posti sui bus e sui treni regionali e locali. Tradotto: posso viaggiare due ore nello stesso vagone con cento persone che, una volta scese dalla carrozza saranno assolutamente irrintracciabili, ma non ho la possibilità di trovarmi in dieci (per il calcetto o il basket) o dodici (per la pallavolo) indicando al gestore dell’impianto nome e cognome e dunque diventando subito individuabile nel caso qualcuno fosse positivo al Covid-19, facendomi provare la temperatura e rispettando tutte le norme legate alla disinfezione delle mani.

Perché quello che molti sembrano non capire è che riaprire ufficialmente le strutture sarebbe un passo in avanti verso una maggiore sicurezza e non una sorta di “liberi tutti”. Basti vedere le linee guida emanate dalla Puglia per capirlo: chi gioca dovrà regolamentare gli accessi, panificarli adeguatamente sfruttando ad esempio la prenotazione online, rilevare la temperatura corporea, rispettare il distanziamento negli spogliatoi, mantenere l’elenco delle presenze per almeno 14 giorni, prevedere accessi definiti per evitare assembramenti all’ingresso e all’uscita, obbligare l'utilizzo della mascherina prima e dopo l’attività, pulire frequente l'ambiente, mettere a disposizione fazzoletti monouso e gel disinfettanti a bordo campo. Insomma, molto più sicuro rispetto a quanto succede oggi, dove decine e decine di ragazzi si trovano nei parchi giocando senza il controllo di un adulto e senza rispettare le minime norme di sicurezza. E il discorso non vale solamente per il calcetto, sempre citato ad esempio, ma anche per gli altri sport. Nell’ultimo fine settimana sulla Riviera Romagnola (come dimostra la foto sopra) negli stabilimenti balneari c’erano tantissime persone a giocare a beach volley, senza nessuno che controllasse o che definisse un minimo di regolamento. Allora, visto che comunque tutte queste attività vietate vengono comunque praticate, qual è il motivo per cui non si vogliono riaprire davvero gli impianti garantendo una maggiore sicurezza?      

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