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Da sinistra: Simone e Andrea Lucci, entrambi alla Pontenurese

Da sinistra: Simone e Andrea Lucci, entrambi alla Pontenurese

Simone e Andrea Lucci si prendono una pausa: «Il lavoro è più importante della passione»

I due giocatori della Pontenurese (Promozione) evidenziano una problematica del protocollo per i Dilettanti: «Se c'è un positivo nel gruppo squadra andiamo tutti in quarantena ma, se io privatamente faccio un tampone e risulto negativo allora devo poter tornare al lavoro»

E’ senz’altro complicato il protocollo del calcio, soprattutto per i dilettanti, costretti a fare delle scelte importanti mettendo la necessità del lavoro davanti alla passione del pallone. I casi di positività al Covid non scuotono solamente i professionisti ma anche i dilettanti, nonostante la stragrande maggioranza delle società abbia deciso di dare il via alla stagione la situazione è comunque difficile.
Al di là se sia giusto o meno iniziare rimane corretto accendere un faro sulla questione del protocollo che nei dilettanti, comporta numerose problematiche. Il ragionamento, infatti, è uguale alle scuole: se c’è un contagiato tutta la classe va in quarantena anche chi risulta negativo, lo stesso vale qui. Se c’è un positivo nello spogliatoio tutto il “gruppo squadra” va in quarantena fiduciaria e ci rimane per 14 giorni nonostante un tampone negativo.

«Questo è il nocciolo della questione e che non ci era stato spiegato bene - ci dice Simone Lucci che, insieme al fratello Andrea, ha preferito tirare i remi in barca dalla Pontenurese - adesso che si è compreso dopo quanto successo alla Sannazzarese allora la questione si pone in termini differenti. Se nello spogliatoio c’è un caso di positività al Covid allora tutta la squadra va in quarantena ma, se io faccio un tampone privato e risulto negativo, rimango ugualmente in quarantena a casa. E’ ovvio che questo discorso non può essere accettato ad esempio da lavoratori come me e mio fratello che siamo a partita iva. Accetterei ovviamente il rischio del confinamento se risultassi positivo, ci mancherebbe, ma se risulto negativo devo poter andare a lavorare. Se mi tengono a casa anche in questa situazione allora il discorso casca e francamente io e mio fratello Andrea abbiamo deciso di prenderci una stagione sabbatica, non possiamo mettere a repentaglio un negozio».

E proprio Andrea scende nello specifico della scelta, spiegando come non sia una questione di aver paura o meno di ripartire col calcio ma, piuttosto, il problema sia una necessità di rivedere i protocolli per i Dilettanti che sono in fondo appassionati. «Se ci fosse un’apertura nella possibilità di rivedere i protocolli della quarantena - spiega Andrea Lucci - allora potrei anche essere disponibile a tornare a giocare, l’ho già detto alla Pontenurese, per me rimanere lontano dal calcio è un dolore perché è la mia passione. Qui il problema è semplice: se nel “gruppo squadra” c’è un contagiato allora tutti vanno in quarantena ma, se io poi mi sottopongo a un tampone risultando negativo, devo poter tornare a lavorare. A oggi, anche se negativo, non potrei farlo a prescindere dalla negatività e non posso permettermi di tenere chiuso il negozio per due settimane. Questo è il problema, o almeno è quello che evidenziamo noi e molti altri ragazzi che hanno il nostro inquadramento a livello lavorativo, cioè con la partita iva o simili».

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