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Blog sportmovie - "L'arte di vincere (Moneyball)": l'epica storia di un gruppo di perdenti di successo

I californiani Oakland Athletics e del loro manager Billy Beane che furono capaci di sovvertire grazie ad una geniale intuizione alcune dinamiche che il "palazzo" del baseball riteneva solide come inossidabili macigni. Ben 5 candidature all'Oscar

La copertina del film candidato a 5 Oscar

Sportmovie è un blog che racconterà, con fare più o meno serio, lo sport attraverso la settima arte. Grandi classici e film meno conosciuti con lo sport come unico comune denominatore. I suoi interpreti, le vicende più emozionanti, i racconti più leggendari, le pellicole più significative che hanno lasciato un segno nel mondo della settima arte. Il tutto raccontato dal nostro blogger Fabrizio Milani che, per la prima puntata, ha scelto una sua personale visione del film Moneyball.

Lo sport raccontato al cinema non è sicuramente la più facile delle trasposizioni da portare su grande schermo. Se poi lo sport in questione è il baseball, con le sue legioni di fan sparsi nel nuovo continente, il rischio di tentare la strada del melenso, nel "visto e stravisto" e su immagini ad effetto per fare breccia nei cuori degli appassionati è altissimo.

Qui non si gira uno spot patinato di una leggenda del Baseball, qui si narra la vicenda di un gruppo di "perdenti di successo”, i californiani Oakland Athletics e del loro manager Billy Beane che furono capaci di sovvertire grazie ad una geniale intuizione alcune dinamiche che il "palazzo" del baseball riteneva solide come inossidabili macigni.

E' il 2001. A seguito di una sfortunatissima annata terminata in gara 5 contro gli Yankees, il budget degli Athletics viene drammaticamente rimaneggiato al pari della rosa che perde 3 pezzi da novanta ceduti a squadre più blasonate coccolati da sontuosi contratti a tanti zeri. Il loro General Manager, incassato il "picche" dalla dirigenza sull'aumento di budget, tenta una carta tanto rischiosa quanto disperata. Affidarsi alle mani di un giovane studente di Yale appassionato di statistiche sul baseball che avrebbe, a suo dire, inventato un algoritmo capace di andare a scovare determinate caratteristiche di alcuni giocatori finiti nel dimenticatoio ma capaci, se messi nelle giuste condizioni, di vincere addirittura il campionato.

Nasce così, tra lo scontento generale e la scarsa fiducia di tutto lo staff, una squadra realmente capace di scrivere una delle pagine più storiche della Major League. Tratto dalla biografia di Billy Beane il film girato egregiamente da Miller (già autore di Truman Capote) parla di quanto un uomo sia disposto a rischiare pur di portare avanti il suo credo e lo sport, in questo caso, fa solo da veicolo per raccontarlo. Chiamala cocciutaggine, orgoglio, passione, tutto questo può avere tanti termini ma un unico fine. Andare in fondo, crederci anche quando tutto sembra perduto o drammaticamente insormontabile. Quello che Beane ed il suo grande e grosso socio (Jonah Hill, super attore che infatti conquistò una sacrosanta nomination all'Oscar) riuscirono a creare fu clamorosamente sovversivo, un nuovo metodo di valutazione che fu artefice di successi altrui (suo malgrado) negli anni a seguire ed adoperato ancora oggi. Il loro uscire dal coro , distanziare le loro teorie da quelle adoperate dal "palazzo" fu ostracizzato ma in seguito fu celebrato come una vera e propria "rivoluzione".

Tecnicamente il regista si avvale dell'aiuto della fotografia di Pfister, genio del genere divenuto poi fido collaboratore di “sua maestà” Christopher Nolan in tutte le sue opere di successo. Ogni immagine è semplicemente perfetta, tecnicamente impeccabile e le interpretazioni di Pitt, Hill e dello scomparso Philip Seymour Hoffman nel ruolo del coach sono magistrali. Cinque candidature all'Oscar (ma incredibilmente nessun premio) sono il meritato tributo a questa pellicola che racconta di questo "looser" di successo, un opera che deve essere tassativamente recuperata per chi desidera la visione di un film  maturo che ha veramente qualcosa da raccontare.

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La morale è rinchiusa in poche parole, un breve testo cantato timidamente dalla figlia del protagonista durante la toccante sequenza finale che il personaggio di Brad Pitt ascolta in auto mentre percorre la strada che lo accompagnerà verso la sua nuova sfida. Bisogna tentare, accettare i propri limiti ma fieri di essere andati in fondo in quello che è un obiettivo, accettarne i problemi, le paure che ne conseguono ma poi mettersi lì a contemplare, comunque vada, il proprio personale "show". E quello di Beane e dei suoi Oakland è stato di sicuro tra i più indimenticabili della storia della Major League.

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