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Maradona, Bruno Conti, Baresi e il Piacenza tutto italiano. Il capitano Settimio Lucci ci racconta 20 anni di carriera

Totem per i piacentini è forse il difensore più amato in biancorosso. Mino ha cavalcato l'epoca d'oro del calcio italiano negli anni '80 e '90. «Con Bobo bastava uno sguardo per capirci. Quel Piacenza aveva dentro di sé una filosofia che non si è mai più rivista»

Settimio Lucci, 199 presenze col Piacenza

datei_s-6C’è stata un’epoca in cui il calcio italiano era considerato il centro del mondo, i fuoriclasse avevano come porto d’approdo la Serie A, figuriamoci i campioni, quelli erano all’ordine del giorno. I Palloni d’Oro, tanto per dire, erano monopolio del nostro campionato. Parliamo di “era” ma possiamo definirla piuttosto precisamente nell’arco del tempo: due decenni 80’ e 90’. In quei 20 anni c’è stato anche il nostro Piacenza che ci ha regalato sfide memorabili e permesso di ammirare giocatori sublimi. Capitano di mille battaglie - per l’esattezza 199 - è Settimio Lucci da Marino Laziale (Roma), classe 1965, una sola rete in biancorosso che vale platino: segnò su rigore nel 1997 contro il Perugia, il Piacenza vinse 2-1 e grazie a quel successo si guadagnò (vincendolo poi) lo spareggio contro il Cagliari per la permanenza in A, fu quello il congedo di capitan Mino dai biancorossi.
Lo abbiamo contattato per ripercorrere l’epoca d’oro del pallone tricolore nello spirito di questa rubrica “I migliori anni” tesa a regalare un momento di svago ai nostri lettori, tra giornate infinite blindati nelle mura di casa intrecciate con notizie tragiche che arrivano dal Mondo a causa dell’epidemia Covid-19. Non possiamo col “capitano” che partire da questo punto ma lo molleremo ben presto per tuffarci in un calcio che non c’è più, scritto da fuoriclasse, figurine Panini da collezionare e stadi stracolmi.

Buongiorno capitano, come sta vivendo questo momento?
«Abbiamo visto tanti film apocalittici e ora ci siamo dentro, però l’essere umano si adatta a tutto con uno spirito incredibile».

Scendiamo un attimo più in profondità?
«Abbiamo compreso il pericolo, il momento e agiamo di conseguenza stando tappati in casa. Se ci pensi bene le notizie che arrivano dal mondo ti distruggono, basta guardare Piacenza con oltre 500 morti, è una “routine” di notizie snervanti. Però ci hanno detto di rimanere in casa e dobbiamo farlo. Abbiamo uno spirito di adattamento incredibile, io ad esempio mi sono iscritto a Facebook. Non avrei mai pensato di farlo alla mia età però l’ho fatto».

Ci rimarrà che cosa?
«Se vogliamo cercare un piccolo aspetto positivo posso dire che abbiamo più tempo per riflettere sulle cose importanti della vita, soprattutto della nostra. Forse quando usciremo da questo tunnel saremo migliori. Almeno mi auguro che sia così».

Nostra sensazione personale: il calcio è forse lo sport che sta facendo la figura più brutta. Si litiga ogni giorno: si finisce, si riparte, stop ai campionati, maggio, giugno, luglio. Cosa ne pensa?
«Ho la sensazione che si vada in ordine sparso, ognuno segue il proprio orticello senza rendersi conto della portata di questo dramma. Comprendo da un certo punto di vista la Serie A che è un’azienda con un indotto di centinaia di migliaia di lavoratori e quindi posso accettare la discussione su quando e se riprendere. Gli altri campionati però no. Questa emergenza non ha fatto altro che evidenziare il fatto di come Serie B, Serie C e altri siano lo specchio dell’Italia. In queste categorie il calcio ha vissuto oltre i propri limiti e i problemi ora si presentano. Era nell’aria già da anni che Serie B e Serie C non fossero sostenibili, adesso abbiamo la prova sotto gli occhi. Faccio un esempio: l’anno scorso sapete tutti come è finita la vicenda del Pro Piacenza. Quel club costava 2 milioni di euro. Vi sembra normale per una società di quartiere costare quella cifra? No. E infatti si è schiantato. Purtroppo ce ne sono molti così in queste categorie».

Conclusioni?
«Direi che questa disgrazia è anche l’occasione per rivedere tutto l’impianto del calcio italiano».

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Calcio Dilettanti e Giovanile: cercare di proseguire o meglio lo stop per non inquinare almeno la prossima stagione?
«A livello giovanile non entro nemmeno nella discussione. Non mandiamo i ragazzi a scuola figuriamoci se li mandiamo in uno spogliatoio. Sarebbe senza senso. I Dilettanti sono fermi da un mese e con la proroga si arriverà a 60 giorni di stop. Penso sia utopia mandarli in campo. La situazione va normata nel miglior modo possibile e ripartiamo con la prossima stagione quando tutto sarà finito».

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