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La scomparsa di Vialli: addio campione ci hai lasciati con il cuore in gola

Pietro Vierchowod: «Non mi sembra vero, con Luca abbiamo diviso momenti indimenticabili»

«Non mi sembra vero, con Luca abbiamo condiviso momenti indimenticabili, eravamo legati da un’amicizia sincera e profonda, nata alla Samp e poi proseguita alla Juventus e in Nazionale. Con gli anni si cambia, si percorrono strade diverse, ma i sentimenti restano e con Vialli è stata amicizia vera. E lui era proprio una bella persona».

Pietro Vierchowod che con Vialli ha condiviso sei anni alla Sampdoria (con cui ha vinto uno scudetto) e uno alla Juventus (con il successo in Champions League) ed è stato anche tre stagioni al Piacenza dal 1997 al 2000, ricorda con poche ma significative parole l’amico speciale che a soli 58 anni ci ha lasciati in questo 6 gennaio anomalo, che sa di tristezza e di amarezza perché, come diceva Francesco Guccini, “gli eroi son tutti giovani e belli” e Luca Vialli è stato un eroe dal cuore gentile e dall’animo grande. Insieme a Pietro Vierchowod nel 1999 ho scritto un libro, s’intitola “Lo zar” (Limina editore) e in quel volume in cui emergono i  sacrifici e i successi che portano Pietro sul tetto d’Europa con la Juventus e viene fuori anche il carattere di Vialli, che sapeva sì sdrammatizzare ma che era atleta vero, leader e combattente che sapeva innescare la marcia in più che fa la differenza tra un campione e un ottimo giocatore; Vialli era un campione vero.

La Samp di quel magico scudetto del 1991 è stata una squadra di amici che ha consumato ossa, sudore e sangue, per caricarsi sulle spalle una missione, un’impresa: rendere possibile l’impossibile, sfidare e battere lo status quo del calcio, agitare le acque fino allo tsunami, salire sul tetto d’Italia, superare le grandi e conquistare uno scudetto che sa di storia. Vialli ebbe un ruolo fondamentale insieme a Roberto Mancini, e leggere oggi “La bella stagione” (Mondadori), la storia di quella Samp è come scavare in un passato che è memoria, storia, poesia, narrazione pura, ma soprattutto vita. Era la Samp di Paolo Mantovani e Vujadin Boskov, di Mancini e Vialli, ma soprattutto era a Samp di una città, Genova, che non vinceva uno scudetto dagli anni Trenta con il Genoa antesignano di un calcio ancor prima che il football o “folber” (come piacerebbe a Brera) diventasse sport di tutti, bambini e adulti, donne e uomini, ricchi e meno abbienti; fenomeno interclassista come si diceva una trentina d’anni fa, trasversale si dice oggi.

Vialli non è stato soltanto Sampdoria e poi Juventus, fu tra i primi a entrare nei meccanismi del calcio inglese allenando il Chelsea, senza perdere i contatti con l’Italia, con gli amici di sempre ma anche con la sua terra e la Cremonese che fu di Domenico Luzzara, presidente per caso dal 1967 al 1999 divenuto per onorare il figlio morto, il direttore Erminio Favalli (ex ala destra coi calzettoni arrotolati alle caviglie di una Juve anni Sessanta) e tecnici quali Emiliano Mondonico, mister con la passione dei Beatles e per la sua Rivolta d’Adda, paesone agricolo a pochi chilometri da Cremona e Gigi Simoni, mister colto ed elegante che a Piacenza non trovò fortuna e fu esonerato nel Natale del 1999 dopo avere perduto un figlio soltanto un mese prima. Quella “Cremo” che fece dannare il Piacenza nei primi anni Settanta quando i biancorossi erano guidati da Caje Cella con Loschi presidente e Canevari diesse, era supportata da tifosi come Ugo Tognazzi e l’immensa Mina.

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