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Dal catrame di Centocelle a Zidane. «Il più forte che ho visto. E quanto menava Cleto in allenamento». La vita di Daniele Moretti

I migliori anni del Piace - Il fantasista si apre alla nostra rubrica. «"Ehi Moro, vai sulla bandierina" me lo porterò sempre dietro. Gascoigne? Un matto, passava metà del tempo a giocare con l'arbitro. Vierchowod? Nelle partitelle stava in attacco, mai capito»

In un foto di repertorio Daniele Moretti a caccia del pallone contro Beppe Signori

datei_s-6«Proprio alla Roma doveva segnare. Cioè, non fraintendermi, ero al settimo cielo perché giocavo col Piacenza e volevo i tre punti per il Piacenza. Però gli urlai “lì mortacci alla Roma dovevi segnà”. Era mio fratello, il Pio». Dal verbo di Daniele Moretti, classe 1971 e talento cristallino, amante del colpo di tacco - «è la giocata più bella nel calcio, un colpo e via, ti liberi del marcatore o mandi in profondità un compagno» - romano e romanista doc - «di Centocelle» - adottato da Piacenza tanto da essere fra i più amati dai cuori biancorossi.
Il Moro è così, prendere o lasciare, numero 10 in una Serie A degli anni 90’ che tendeva ad imbrigliare giocatori come lui sul mandato “sacchiano”: seconda punta sì, nove e mezzo meglio, trequartista mai.
Il Moro è un animale raro, di quelli da portare sul palmo della mano, depositario di una filosofia di gioco che ammalia le giovani generazioni e soddisfa il palato di quelle più vecchie. Pago il biglietto, voglio divertirmi.
Chi lo intervista negli anni 90’ era adolescente e non aspettava altro che vederlo “sulla bandierina”. «E’ strano ma sono soprattutto ricordato per questa cosa - ci spiega - è bello, ci mancherebbe, però c’è anche altro. Capisco però, in effetti me lo chiedevano anche i miei compagni “ehi moro vola sulla bandierina”». Ha ragione, dentro Daniele Moretti c’è tanto di più. Buon viaggio tifosi, gli abbiamo fatto 40 domande, d’altra parte il suo calcio era musica trionfale e lo spartito non può essere corto.

Nelle interviste ci hanno insegnato a dar sempre del “lei” ma non riusciamo a non darti del “tu”. Conosci vero lo spirito della nostra rubrica?
«Nessun problema, partiamo pure con la mitragliata, sono pronto. Cerchiamo di regalare qualche minuto di svago ai piacentini che ne hanno davvero bisogno».

Prima però un ricordo: è mancato da poco Abele Boselli, figura storica di Podenzano dove vivi.
«Non ne posso più di questo virus, ci sta togliendo ricordi e affetti. Per me era il “Bele” e me lo aveva presentato più di trent’anni fa Rubini, quando arrivai a Piacenza da ragazzino. Era il barbiere di riferimento, al Piacenza ci mandavano lì a tagliarci i capelli in viale Patrioti. Era un’amicizia che ho coltivato negli anni perché poi sono andato a vivere a Podenzano e lo vedevo sempre. Persona meravigliosa».

Una sola domanda sul momento: come lo vivi?
«Alla sera dopo che i ragazzi sono andati a letto guardo mia moglie e ci diciamo: sembra un film. Poi leggi tutti i giorni dei morti e capisci che è reale, vivo in modo frastornato. Sinceramente è un dramma talmente grande che non riesci nemmeno a inquadrarlo nella sua interezza. Io pensavo che manco esistesse una cosa del genere».

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Fantasie che volano libere e che credono alle favole ne abbiamo?
«Beh, a pensarci bene che vita da favola davvero. Ho iniziato tardi a giocare. Avevo 13 anni, non c’erano le scuole calcio. Le prime partite fino a 12 anni le giocavo lì a Centocelle, sul catrame con un paio di giubbotti che avevano la funzione dei pali per la porta. Dalle due alle otto di sera. Poi è arrivata la prima squadra, la Pro Calcio Italia».

De Gregori direbbe “mamma dal balcone promette un castigo, minaccia un perdono”.
«Non voleva mica farmi andare a Piacenza, almeno all’inizio. Ero davvero piccolo, 14 anni. Arrivano a casa mia il dottor Brolis insieme a Rubini. Al tempo i procuratori non sapevamo cosa fossero, provarono a convincere i miei genitori».

“Quel sogno che comincia da bambino” canterebbero Nannini e Bennato.
«Esatto. Alla fine Rubini fu sufficientemente insistente e da lì iniziò la mia vita calcistica a Piacenza. La C, poi la B e infine la A. Incredibile i campioni che ho affrontato».

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Torniamo un attimo indietro: il calcio d’oratorio, di quartiere, meglio delle scuole calcio che producono cannonieri da salotto che assomigliano a dei robot? In strada, in fondo, se ti arriva una lavatrice impari a girare in rete pure quella.
«La tua non è una frase fatta però occorre aggiungere che il calcio è cambiato e stiamo parlando di quasi 40 anni fa. Faccio un esempio: nel Piacenza che andò in A quasi nessuno usciva dalla scuole calcio ma tutti avevano imparato il “mestiere” in strada. Quella è una vera palestra. Hai il pallone tra i piedi 8 ore al giorno, te ne inventi di tutti i colori. Partitella, tedesca, sponde, tacchi, veli, dribbling».

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