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Giocare nei mesi più caldi o accettare un continuo "apri e chiudi": le due strade per consentire allo sport di ripartire

Troppe incertezze e soprattutto modi diversi di intervenire da parte delle federazioni. Ma il problema principale è un altro: i club che svolgono attività sono divisi

A un anno di distanza dalla sospensione di tutti i campionati ancora ci si interroga su quando potrà riprendere l’attività. O meglio, una parte dell’attività, visto il caos che regna all’interno del mondo sportivo. L’appassionato di tennis con un piccolo escamotage (tesseramento e visita medica) può giocare a qualunque età e a qualunque categoria appartenga, il basket è ripartito con gli allenamenti di contatto fino all’Under 13 compresa, il volley si è fermato alla Serie C e all’Under 17 (escludendo la Serie D), il calcio è arrivato fino alla D e adesso discute dell’Eccellenza che probabilmente, stando a quanto dichiarato dal rieletto presidente Gabriele Gravina, ripartirà nelle prossime settimane.

Così davvero si fa fatica a capire cosa possa succedere o cosa no. La norma che parla di campionati di “prevalente interesse nazionale” viene interpretata dalle varie federazioni in modo completamente differente, creando confusione e incomprensioni a tutti i livelli, soprattutto quello giovanile. Il ragazzino che gioca a basket può allenarsi liberamente, quello del volley no, chi pratica calcio forse. Ovviamente tutti a criticare le federazioni: chi decide di tenere le maglie strette è accusata di eccessivo rigore, chi le allarga viene visto come troppo permissivo.

In realtà il problema principale è alla base: il Covid ha diviso le società, quelle che lavorano sul territorio e sono a strettissimo contatto con le famiglie. C’è chi vuole ripartire e chi invece chiede di chiudere tutto ed entrambe le posizioni possono essere condivisibili. Difficile, anzi impossibile, metterle d’accordo a breve, per cui bisogna capire cosa faranno le federazioni. Potrebbero proporre la linea dura, prendere una decisione e proporre sanzioni per chi non si adegua, oppure scegliere una strada più morbida consentendo a chi non vuole giocare di non scendere in campo senza incorrere in ammende o squalifiche.

La realtà è che se vuole sopravvivere tutto il mondo dello sport ha sostanzialmente due strade. La prima: accettare questo continuo apri e chiudi che riguarda alcune attività commerciali e potrebbe interessare anche chi scende in campo. Quando la curva dei contagi preoccupa non si gioca, quando la situazione è più tranquillizzante l’attività riparte completamente, lasciando in disparte quella sorta di “autocensura” vissuta fino ad ora, quando nei periodi più “tranquilli” si è preferito non riprendere con il timore che a breve i numeri potessero peggiorare. Cosa che peraltro si è verificata anche senza la ripresa dell’attività. Basti pensare al tempo che si è perso fra fine agosto e metà ottobre quando le cifre permettevano di pensare positivo, per poi iniziare i campionati nella fase in cui da mesi si prevedeva la cosiddetta seconda ondata sospendendoli dopo un paio di giornate. Ovvio che questo "apri e chiudi" sarebbe molto complicato a livello logistico, ma l'alternativa è la prosecuzione dello stop a tempo indeterminato. 

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