Domenica, 26 Settembre 2021
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"Non ci resta che piangere" forse è nato in Giappone - Il diario del nostro inviato

La celeberrima scena "Chi siete? Cosa portate? Un fiorino" rivissuta pari pari all'esterno di un impianto olimpico

Chissà se Massimo Troisi e Roberto Benigni per girare l’ormai celeberrima scena di “Non ci resta che piangere” in cui il doganiere chiede a ripetizione “Chi siete? Cosa portate? Un fiorino” sono stati in Giappone. Il dubbio mi è venuto stasera, quando uscendo dallo stadio del nuoto ho provato a non seguire il percorso classico nel tentativo di accelerare le operazioni. Già, perché la caratteristica di tutti i pullman dell’organizzazione (in ogni Olimpiade) è quella di lasciare la stampa nel punto in assoluto più sperduto, desolato e soprattutto lontano dall’ingresso dedicato. Ma questo è un altro discorso.

E’ buio e mi mancano i punti di riferimento dell’andata, però sono stato un lupetto e sarò in grado almeno di individuare i quattro punti cardinali. Convinco della cosa anche l’amico Alessandro che è con me e pure a lui risparmiare qualche centinaia di metri non dispiace, anche perché come sempre siamo in ritardo. A dire la verità lui inizia a dubitare che la direzione sia giusta dopo poco tempo, ma non è stato un lupetto e dunque ho sicuramente ragione io. Difendo strenuamente la mia convinzione fino a quando non troviamo un’uscita presidiata, come tutte, da un paio di addetti alla sicurezza e da un volontario dell’organizzazione. Ci salutano come è consuetudine ma non appena usciamo dal cancello mi accorgo che il pullman non si vede. Attenzione prima di dare giudizi avventati: la mia direzione era giusta, ma da quella posizione scopro che è impossibile raggiungere l’autobus perché c’è un altro ostacolo. Alle nostre spalle esce anche la volontaria e allora decido di dimostrare a Alessandro che ho ragione chiedendo a lei la strada corretta. Idea errata, perché alle Olimpiadi tutti sanno tutto, tranne la cosa di cui hai hai bisogno tu. La volontaria comunque non si arrende e si rivolge a uno dei due addetti alla sicurezza che si avvicina, ci pensa un attimo e poi ci convince di conoscere la strada, invitandoci a tornare sui nostri passi e indicandoci un’altra uscita. Ma mentre stiamo rientrando per percorrere il tragitto individuato dall’addetto, questo ci ferma e ci dice: «Da qui non si entra, dovete passare dai controlli». Ci guardiamo in faccia sbigottiti: siamo gli stessi che sono passati cinque secondi prima, in zona non c’è nessuno e dunque non possiamo essere stati scambiati per altre persone. «Siamo gli stessi che avete salutato non più tardi di dieci secondi fa». Niente da fare, con il sorriso sulle labbra veniamo indirizzati ai controlli. I tempi dal film di Troisi e Benigni sono cambiati, dunque il rientro prevede verifica del pass, riconoscimento facciale, passaggio degli zaini sotto lo scanner e obbligatoria bevuta di almeno due sorsi d’acqua per dimostrare che la bottiglia usata per dissetarsi non contenga nulla di pericoloso. Il “Chi siete?” e “Cosa portate” è lo stesso di “Non ci resta che piangere”, per fortuna non ci hanno chiesto un fiorino, altrimenti sarebbe stata dura passare il controllo.

Ps: se ve lo state chiedendo, la direzione che avevo indicato era quella giusta perché si è lupetti per sempre. E nonostante i depistaggi siamo riusciti ugualmente a salire sul pullman.

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