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La "liberazione" dopo 14 giorni e il labirinto della metropolitana - Il diario del nostro inviato a Tokyo

Finalmente termina la quarantena e si possono utilizzare i mezzi pubblici. Ma il risultato non è quello sperato

Dal nostro inviato a Tokyo

Avete presente l’emozione di un bambino la sera del 12 dicembre? O la felicità di un ragazzo alla sua prima playstation (già, oggi è questo il riferimento, prendiamone atto). Bene, è la stessa sensazione che provano i rappresentanti dei media dopo 14 giorni in Giappone. Qui si fa il conto alla rovescia segnando sul quaderno il tempo che manca, un po’ come i carcerati nei film. Perché a due settimane esatte dall’ingresso nel Pese del Sol Levante ecco che arriva il premio, più che meritato: la card per utilizzare i mezzi pubblici. La quarantena prevista dai regolamenti, che permetteva di salire solamente sui pullman dell’organizzazione e di spostarsi esclusivamente dall’albergo agli impianti delle Olimpiadi, senza alcun contatto con gli abitanti, è finalmente conclusa. Una sorta di libertà sancita da rigidi controlli al termine del quale arrivava l’attesa ricompensa: la carta bianca e blu con la mascotte dei Giochi da utilizzare per salire sulla metro.

Un salto di qualità enorme per ridurre in maniera esponenziale i tempi di attesa e i trasferimenti da un luogo all’altro. E poi, finalmente, si può scoprire almeno in parte una metropoli come Tokyo, visitare i posti turistici, raggiungere un ristorante. Insomma, vivere normalmente. Sempre con la mascherina e ovviamente rispettando tutte le regole, perché qui non si sgarra; l’altra sera ho visto che i giapponesi sono ordinati anche al momento di attraversare la strada. Se il semaforo è rosso si piazzano in fila indiana pronti a scattare una volta che arriva il verde.

Finalmente anche io ho ricevuto l’agognata card e come tutti i bambini entrati in possesso del gioco tanto atteso devo provarla subito. Immediatamente. Senza neanche dare un’occhiata a internet per capire come e soprattutto dove devo muovermi. Conosco il nome della stazione di arrivo, che altri problemi potrei avere? “Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino” cantava Lucio Dalla. Nella metropolitana di Tokyo invece ci capiscono poco anche gli adulti. Scoprirò dopo il mio primo inutile tentativo che nella capitale giapponese ci sono 14 linee (quattordici) gestite da due diverse aziende, un totale di 274 stazioni e una serie infinita di ferrovie che si intersecano e si intrecciano con i tragitti “classici”. Ora, a parte che alcuni cartelli sono scritti solo in giapponese e dunque sarei pure giustificato a capirci poco, anche quando si trova il doppio nome con l’inglese il tragitto è molto più che ingarbugliato. Ci sono dei numeri associati a ogni stazione, questo è vero, ma molti colori sono simili e ricordano il classico rosso, rosso pompeiano e viola addobbo funebre conosciutissimo dai cinefili. Oltretutto per rendere il percorso più complicato di un sudoku ogni tanto i numeri spariscono dalle indicazioni per poi riapparire magicamente dopo un paio di svolte (di solito sempre errate). Il risultato? Dopo un centinaio di gradini per entrare nella pancia della metropolitana, rigorosamente divisi fra chi sale e chi scende e qui tutti rispettano la direzione, e almeno una ventina di minuti a cercare di capirci qualcosa prendo una decisione drastica. Così risalgo le scale nella direzione opposta e dove mi dirigo? Alla fermata dell’autobus dell’organizzazione con una certezza in più: mai lasciare il mezzo vecchio per il nuovo.

Ps: dopo una notte insonne a capire quale fosse l’errore, il giorno successivo mi sono ripresentato alla stazione della metro. Questa volta con google maps e tutto (o quasi) ha funzionato alla perfezione. Benedetta tecnologia.

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