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Sfogo di Cassani, ct dell'Italia di ciclismo, contro i divieti sportivi. «Un danno enorme». Ma dall'Emilia-Romagna un silenzio assordante

Lungo post su facebook del tecnico della Nazionale, fra l'altro presidente dell’Agenzia di Promozione Turistica dell’Emilia-Romagna indicato da Bonaccini. Ma il presidente della Regione continua a non rispondere alle tante richieste che arrivano dai social

Davide Cassani, commissario tecnico dell'Italia di ciclismo

La cosa al momento più preoccupante è che Stefano Bonaccini sul suo profilo facebook risponde a tantissime domande tranne a una, quella più insistente: quando ripartiranno gli sport di contatto anche in Emilia-Romagna? Glielo chiedono in tanti, lui posta foto con i suoi impegni istituzionali, fra cui l’inaugurazione dei lavori di un impianto sportivo a Taverna (in provincia di Rimini), ma non spiega il motivo per cui non si associa alle altre 12 regioni che nei giorni scorsi hanno annunciato la ripresa di tutte le discipline sportive.

O forse sarebbe meglio dire una ripresa organizzata e controllata, visto che di fatto nei parchi già si gioca a calcio e sulle spiagge si pratica il beach volley, il tutto senza rispettare alcun tipo di regolamento previsto dalle varie federazioni. Ma nei centri sportivi, dove le normative sarebbero obbligatoriamente seguite, le varie discipline di contatto continuano a essere vietate. Almeno in Emilia-Romagna. Sono in tanti a chiedere a Bonaccini il motivo di questo rifiuto, ma lui per il momento non risponde, evitando il problema. Evidente che si attende la decisione del Comitato Tecnico Scientifico o del Governo: se fossero loro a prendersi la responsabilità tutto verrebbe bypassato.

Però nelle scorse ore sempre su facebook si è alzata una voce importante contro la scelta di non concedere il via libera. E’ quella di Davide Cassani, commissario tecnico della nazionale di ciclismo e presidente dell’Agenzia di Promozione Turistica dell’Emilia-Romagna, indicato nel ruolo proprio da Bonaccini e dunque vicino al numero uno della regione.

“Per i divieti che ci vengono imposti – scrive Cassani - sembra che lo sport sia tra gli ambienti più pericolosi quando invece, proprio per le regole che impone, è una delle attività meno rischiose e più gestibili”. E ancora: “Le nostre ragazze ed i nostri ragazzi non possono gareggiare, ma il sabato e tutte le altre sere possono tranquillamente uscire a fare bisboccia. Ma io dico, è normale tutto questo?” mettendo in evidenza le enormi contraddizioni di un territorio in cui sui treni non si rispetta più il distanziamento, le spiagge sono piene, si invitano pubblicamente i turisti stranieri a raggiungere l’Italia ma poi si vietano le partite due contro due a beach volley, incredibilmente definito “sport di contatto” da chi probabilmente di questa disciplina ha solo sentito parlare.

E la chiusura di Cassani dovrebbe far riflettere: “Sono convinto che lo sport potrebbe aiutarci ad allentare il morbo e non a favorirlo. E non servono troppi dati per dimostrarlo”. Servirà il suo intervento per far cambiare idea a chi è deputato a prendere decisioni?

Questo il lungo post pubblicato da Cassani sul proprio profilo facebook

Questo covid-19 mi ha fatto capire una cosa: lo sport fa male!
E pensare che, da sempre, sono stato convinto che lo sport fosse uno strumento essenziale per rendere migliori le nostre vite, un modo per crescere più sani ma soprattutto regalare a centinaia di migliaia di giovani, tanti bei sogni. Evidentemente mi sbagliavo perché ho capito fin dall’inizio di questa pandemia, che lo sport fa male e per questo va fermato.
Come si propaga il contagio? Con l’assembramento, la vicinanza tra le persone. Qual è stato uno dei primi provvedimenti? Bloccare lo sport, anche quello individuale. Puoi andare a fare una corsetta da solo? NO. Puoi andare a pedalare sulle tue colline in assoluta solitudine? NO.
Subito, a marzo, mi sono detto: è giusto, metti che mi capiti qualcosa, che ne so, una caduta, meglio stare in casa perché in caso di incidente non è proprio il caso di aumentare il lavoro ad un pronto soccorso già in evidente difficoltà. Bisogna sempre pensare al bene comune, al minore dei mali. Siamo in stato di emergenza? Allora si sta in casa e si contribuisce al bene del prossimo facendo meno danno possibile. Giustissimo rinchiudersi tra le mura di casa e consigliare a tutti di fare la stessa cosa.
Ma ora mi chiedo: perché dobbiamo stare ancora fermi con le attività agonistiche? Perché i nostri giovani non possono gareggiare? Perché lo sport è considerato così pericoloso? Sia ben chiaro, parlo di sport organizzato.
Quanto mi piacerebbe fare quattro chiacchiere con il CTS (comitato tecnico scientifico) e capire il morivo di questi continui NO alla riapertura dell’attività agonistica nello sport.
Ma vi rendete conto del danno che stiamo arrecando ai nostri giovani? Non li facciamo gareggiare, ma li lasciamo liberi di andare tranquillamente in spiaggia, di uscire liberamente tutta la notte, movida compresa, di festeggiare nelle piazze per qualsiasi motivo (anche la Coppa Italia di calcio), di riunirsi per bere mangiare e tutto il resto. Ma gareggiare no.
Stiamo gettando via una generazione di giovani sportivi, disperdendo il grande lavoro fatto in tutti questi anni con enormi sacrifici, per che cosa? Sapete come funziona lo sport in Italia? Conosco molto bene il ciclismo perché ci sono dentro da più di 40 anni. Gli sport organizzati non sono un pericolo o comunque sono facilmente controllabili. Un esempio banale: se ho un semplice raffreddore, non vado neanche a correre e se per caso mi vengono due linee di febbre faccio come mi diceva il mio direttore sportivo, sto in casa ed esco ad allenarmi solo quando mi sento meglio. Per dire che il controllo c’è già dalla base. Da quel che leggo e per i divieti che ci vengono imposti, sembra che lo sport sia tra gli ambienti più pericolosi quando invece, proprio per le regole che impone, è una delle attività meno rischiose e più gestibili.
Così siamo qua ad assistere ad un disastro annunciato perché di disastro, se non ripartiamo, stiamo parlando. Questa mattina ho letto sulla Gazzetta un dato preoccupante: ‘L’85 per cento dell’attività sportiva dilettantistica sarebbe a rischio se non riaprissero le palestre delle scuole al pomeriggio’.
Consideriamo anche un’altra questione: le nostre ragazze ed i nostri ragazzi non possono gareggiare, ma il sabato e tutte le altre sere possono tranquillamente uscire a fare bisboccia. Ma io dico, è normale tutto questo? Continuando con questi divieti, almeno nel ciclismo, si potrebbero perdere dal 30 al 40 per cento dei nostri giovani. Non perderemmo solo futuri possibili campioni (sarebbe il danno meno grave), ma la salute di molti altri ragazzi (questa sì che sarebbe una catastrofe).
Sento parecchie persone che si lamentano della Federciclismo perché non sta facendo nulla per il proprio movimento. Posso dirvi che si sbagliano di grosso. Stiamo lavorando dalla mattina alla sera, ma certe decisioni non possiamo deliberarle noi. Abbiamo bisogno di decreti che ci diano la possibilità di poter correre rispettando tutte le norme del caso.
Ho cominciato con tono ironico, spero che fosse evidente. Ho finito in tono quasi drammatico perché sono convinto che lo sport potrebbe aiutarci ad allentare il morbo e non a favorirlo. E non servono troppi dati per dimostrarlo.

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