Giovedì, 24 Giugno 2021
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Nel periodo della didattica a distanza contagi triplicati fra gli studenti. Perché non esiste uno studio certo anche per lo sport?

In Emilia-Romagna dati sorprendenti dopo la chiusura delle superiori. Ma nessuno monitora le varie discipline, così si procede ancora a tentoni

Ancora oggi nessuno sa quando lo sport potrà realmente ripartire. Certo, i professionisti proseguono i rispettivi campionati, pur tra dubbi, qualche rinvio e anche alcune situazioni assurde dettate da protocolli “particolari”, come ad esempio il caso di Casertana-Viterbese, con i padroni di casa costretti a scendere in campo in nove e la successiva scoperta di tre giocatori positivi. Ma questo è un altro discorso.

Il problema è che da settimane, anzi ormai da mesi, in pochi parlano di dilettanti e, soprattutto di giovanili, in assoluto i più penalizzati da quanto sta succedendo a partire dallo scorso marzo. Qualcuno si allena senza contatto, altri hanno completamente sospeso l’attività senza alcuna garanzia su quando sarà possibile riprenderla. Si dice: è il Covid a dettare i tempi della ripresa. Verissimo, però sorprende che non esista una sola federazione capace da marzo a oggi di portare un dato scientifico sulla pericolosità della singola disciplina. Nessuno che abbia commissionato uno studio a una Università o sia stato capace di mettere in campo qualche elemento incontrovertibile. Si continua ad andare a tentoni: restare vicini è da evitare, dunque ogni disciplina di contatto è automaticamente pericolosa. All’estero qualche studio ha detto il contrario, dimostrando che nel calcio fra avversari si rimane nel giro di due metri (la soglia a rischio) al massimo per sei minuti, dunque lontanissimi dal quarto d’ora indicato dagli esperti come limite sotto il quale la possibilità di trasmissione del virus è ridotta. Ne hanno parlato in Danimarca e in Portogallo, qui in Italia nessuno (almeno pubblicamente) ha ordinato degli studi specifici.

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