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Magnacavallo, primario del Pronto Soccorso: «Vediamo una diminuzione degli accessi, la situazione inizia a essere più gestibile»

Il medico in prima linea in questa emergenza: «I risultati sono arrivati a un paio di settimane dalle restrizioni del 10 marzo, sintomo che si tratta di una norma corretta»

Il dottor Magnacavallo (al centro, a destra della coppa) mentre festeggia la vittoria in Challenge Cup ottenuta quando lui era medico della squadra

«La situazione inizia a essere più gestibile». E’ la frase che consente di vedere uno spiraglio. Non sarà una porta spalancata e nemmeno l’inizio di una strada in discesa, ma finalmente un minimo di ottimismo inizia a farsi largo. Il tragitto è ancora lunghissimo, le incognite infinite, il #restiamoacasa deve rimanere l’unico comandamento per un periodo probabilmente non breve, però le parole del dottor Andrea Magnacavallo, primario del Pronto Soccorso di Piacenza, sembrano segnare la primissima inversione di tendenza. «Negli ultimi giorni – spiega – abbiamo visto chiaramente nel nostro reparto la diminuzione degli accessi che più ci preoccupavano, vale a dire di pazienti con polmonite, complicanza che normalmente insorge una decina di giorni dopo aver contratto il virus. I risultati sono arrivati a un paio di settimane dalle restrizioni del 10 marzo, sintomo che si tratta di una norma corretta e che la popolazione di Piacenza ha risposto in modo molto responsabile, fornendo un contributo importante».

Con queste premesse è possibile capire quando durerà ancora la fase di emergenza?

«Assolutamente no. Siamo di fronte a una pandemia eccezionale che nessuno di noi ha mai vissuto e non possiamo calcolare cosa potrebbe succedere fra una settimana o fra un mese. Attualmente la situazione è migliorata, ma bisogna capire cosa si verificherà quando le attività inizieranno a riaprire e che politiche verranno adottate in quel periodo».

Qual è stata fino a ora la difficoltà maggiore a cui avete dovuto far fronte?

«E’ successo tutto in modo repentino. Eravamo preparati a gestire qualche caso di paziente con sospetto Covid19 ed eventuali isolamenti, mentre in pochi giorni sono arrivate decine e decine di polmoniti che ci hanno costretto a modificare l’organizzazione ospedaliera. Abbiamo registrato un vero e proprio tsunami».

Qual è adesso il clima nel Pronto Soccorso e più in generale nel nostro ospedale?

«Esiste una grande coesione e la massima collaborazione, sia all’interno del nostro gruppo sia con i professionisti con cui ci confrontiamo e più in generale con tutta l’azienda. E poi dico la verità, ci ha fatto molto piacere il sostegno popolare di cui stiamo godendo, la popolazione ci è molto vicina e questo si sente. Ma abbiamo un’altra grossa incognita».

Quale sarebbe?

«Stiamo tutti sopportando un carico di lavoro enorme, stress, emozioni a raffica. Stiamo andando avanti con l’adrenalina e la consapevolezza che non possiamo mollare, ma non so quali saranno le reazioni nel momento in cui si tornerà a una sorta di normalità. Tutti noi viviamo giornalmente sensazioni simili al lutto per la perdita di una persona cara. Vediamo tanti pazienti morire nella solitudine e abbiamo anche il compito di comunicare il decesso ai familiari che sono a casa. Per noi sono sensazioni nuove, mai vissute in questi numeri e in queste situazioni, soprattutto in una società in cui in un modo o nell’altro fino a un mese fa eravamo sempre tutti vicini e tutti connessi. Abbiamo fatto un salto indietro di almeno 50-60 anni, quando sarà finita ognuno di noi reagirà in modo diverso e questa è un’altra delle grandi incognite che dovremo affrontare».

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