Domenica, 21 Luglio 2024
Tutti i campioni del mio cuore

Il mondo andato di Titta Rota, indimenticato allenatore biancorosso

In cinque stagioni ottiene due promozioni, la prima in C1 nella stagione 1983-84 e la seconda in B nel 1987. Disse anni dopo: «Garilli era convinto che avremmo potuto conquistare la serie A. Io non ci ho creduto e ho lasciato. Aveva ragione lui»

Quando nel luglio del 1983 il Piacenza Calcio cambia volto dopo la retrocessione in serie C2, si profila uno scenario inatteso, in quanto sale ai vertici della società biancorossa l’ingegner Leonardo Garilli, piacentino, presidente della Camuzzi Gazometri e uomo fuori da ogni ambiente calcistico. Si circonda comunque di persone competenti e fidate: Mario Quartini, vicepresidente con funzioni operative insieme a Fortunato Rota, Giuseppe Brolis, che svolge il ruolo di direttore sportivo e rimane alla corte dell’Ingegnere per sei anni e Mario Quaglino, un uomo targato Camuzzi dalla testa ai piedi che ha una sorta di amore atavico per il calcio; corporatura snella, fisico da impiegato ma tifosissimo, in panchina nel ruolo di accompagnatore si trasforma, cambia volto e diventa maledettamente irascibile. E poi i “revisori” Sergio, Marzio e Marco Dallagiovanna, Gianni Montagna, legale della società e Gianni Rubini, molto conosciuto in città per la sua passione calcistica e per i suoi trascorsi biancorossi. Insomma, un uomo fedele all’Ingegnere, ma soprattutto il trait d’unìon tra la società e la città, con le sue radici piacentine racchiude l’immagine di un calcio nato sulla sponda destra del Grande Fiume. Lo staff medico è composto da Edoardo Gasperini e da Augusto Terzi. Ad allenare la formazione Primavera viene chiamato Natalino Gottardo. Un organigramma costruito su misura per riconquistare immediatamente la serie C1.

Ma l’uomo che segna più di ogni altro, la prima fase dell’era Garilli è il vulcanico allenatore Battista Rota, per tutti Titta. Al suo fianco, Sergio Montanari e Gianfranco Baggi rispettivamente vice allenatore e preparatore atletico. Il Titta è istrionico, irascibile, sanguigno, pragmatico e competente. Inizia l'avventura biancorossa nel luglio del 1983. Bergamasco, una vita spesa tra Atalanta Bologna e Cremonese, questo gran lumbard che tanto sarebbe piaciuto a Carlo Emilio Gadda e che tanto piaceva al vate Brera, oggi fa parte degli uomini illustri del calcio orobico. Metodico ma anche fantasioso, preparato e attento, in cinque stagioni ottiene due promozioni, la prima in C1 nella stagione 1983-84 e la seconda in B nel 1987 e se ne va un anno dopo lasciando i biancorossi in cadetteria e un profondo rimpianto nell'ingegner Leonardo Garilli, che verso il Titta nutre una profonda e sincera stima. A volte spigoloso, Rota ha qualche difficoltà a entrare in sintonia con i piacentini. Il Titta vince ma lo si critica. Non va bene – per molti – la sua filosofia di gioco. E’ domenica pomeriggio, il Piacenza ha vinto ma non ha giocato al meglio e mentre esce con la propria auto con la moglie, viene affrontato da circa duecento tifosi che lo contestano aspramente. Titta frena, spegne l’auto e scende con il suo fisico sgraziato, pronto ad affrontare chi lo contesta. Bastano pochi minuti e il gruppo che vorrebbe dirgliene quattro si squaglia, Titta risale in auto con il piglio di chi non ha paura di niente e di nessuno. Troppo difensivista, poco incline al nuovo, si dice e intanto regala stagioni indimenticabili, partite irripetibili come quella giocata contro il Lecce di Barbas e Pasculli in serie B oppure una gara epica a Legnano in un pomeriggio di un giorno da cani. Acqua a catinelle, campo al limite della praticabilità e un gol di Elli, giocatore lilla di lungo corso. Titta, reduce da un intervento chirurgico alle ginocchia, siede in panchina con un paio di stampelle. Ogni tanto si avvicina al terreno di gioco e ordina ai suoi di attaccare, di recuperare. Giorgio Lambri, allora giovane radiocronista piacentino, viene addirittura aggredito da un tifoso. Altri tempi, c'era più entusiasmo ma anche più irascibilità. Un calcio nostrano. I ragazzi della Nord incitano i nostri; in tribuna si soffre, Gianni Montagna si guarda intorno smarrito quasi a dire che razza di partita sia mai questa; ci pensa Snidaro, centrocampista di quantità, bergamasco e fedelissimo del Titta, a spingere in rete da pochi passi, a quattro minuti dalla fine, il pallone fermato da una pozzanghera. Rota lascia le stampelle ed entra in campo, camicia fradicia, ad abbracciare i suoi sotto la pioggia incessante. Un trionfo. La dimostrazione di un attaccamento straordinario ai colori biancorossi. Prima la società e poi tutto il resto. Ci crede il Titta, eccome. E’ un assertore del progetto-Garilli e soprattutto è convinto che il Piacenza nel tempo crescerà. Non ha mai fatto voli pindarici ma saggiamente ha adottato la filosofia di Bertoldo. Ama il jazz, la musica che lo distende e gli dà la carica, la voce strozzata e la camminata da agricoltore della bassa bergamasca.

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