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Sandro Puppo, la solitudine di un genio

Ha vinto uno scudetto ed è stato convocato per le Olimpiadi da calciatore, mentre da tecnico ha guidato la Turchia, il Barcellona e la Juventus

Puppo però resta nel mondo del pallone accomodandosi in panchina. Prima vicino casa (Piacenza, Venezia, Thiene) finché non arriva una chiamata destinata a cambiare la sua carriera e la storia, quella della Nazionale turca. Puppo accetta e per la prima volta centra la qualificazione alle Olimpiadi, che si disputano a Helsinki nel 1952. Un anno dopo gli viene affidata anche la panchina del Besiktas, diventando così il secondo italiano ad occupare l'incarico dopo Giuseppe Meazza. Vince due campionati ponendo le basi di una crescita continua che culminerà con la prima partecipazione di un club turco alla Coppa dei Campioni nel 1958 sotto la guida di un altro tecnico italiano, Leandro Remondini. Il vero miracolo però è quello compiuto nel 1954, quando Puppo centra la qualificazione ai Mondiali eliminando addirittura la Spagna. Dopo la pesante sconfitta per 4-1 subita fuori casa, la Turchia vince il ritorno. La bella finisce 2-2 ma il sorteggio premia i turchi che volano in Svizzera.

In Spagna qualcuno si ricorda di Puppo. A volerlo fortemente sulla panchina del Barcellona è l'allora presidente Francesc Miró-Sans. Il compito è quello di contrastare il dominio del Real Madrid di Alfredo Di Stefano. Compito che riuscirà in parte, dato che Puppo resta in blaugrana solo una stagione, chiudendo al secondo posto proprio dietro ai Blancos. Non abbastanza per conquistare i cuori dei tifosi. Il tecnico italiano grazie alla sua passione per la musica è un ospite fisso delle esibizioni operistiche al Liceo di Barcellona e ha il merito di rinnovare profondamente la rosa: fuori alcune glorie del calcio blaugrana e dentro giovani come il diciannovenne regista Luis Suarez, che col Barcellona vincerà due campionati, due Coppe di Spagna, due Coppe delle Fiere e un Pallone d’Oro prima di fare le fortune dell'Inter. Puppo saluta dopo un solo anno e torna in Italia. In totale ha guidato il Barcellona in 34 partite ufficiali. Ad attenderlo, d'altronde, c'è un'altra panchina prestigiosa. La Juventus infatti affida a Puppo la rifondazione dopo l'addio alla presidenza di Gianni Agnelli. L'obiettivo è quello di puntare sui giovani e contenere i costi. La squadra è formata intorno al totem Giampiero Boniperti da tanti ragazzi poco più che ventenni. Resta sulla panchina della Signora quasi due stagioni veleggiando sempre a metà classifica, fino all’esonero a cinque giornate dal termine quando la Juventus, nell’aprile del 1957, sembra rischiare addirittura una clamorosa retrocessione. Solo un anno dopo, sotto la guida del tecnico serbo Brocic, i bianconeri conquisteranno il decimo scudetto della loro storia con un altro Agnelli (Umberto) alla presidenza e trascinati in campo da due giocatori che hanno scritto pagine importanti: John Charles e Omar Sivori.

Puppo, invece, scende di categoria. Il meglio della sua carriera da allenatore è finito. Mestrina, Siracusa, Venezia, Triestina, Piacenza. Non rinnegherà mai i suoi ideali e non prometterà risultati a breve scadenza. Chiede, nel 1967, al presidente Enzo Romagnoli che lo contatta per allenare i biancorossi, tre anni di tempo per raccogliere ciò che sta seminando. Troppo, troppo tempo. Deve dimettersi. Lo sostituisce il romagnolo Leo Zavatti che nel 1968 sfiora la serie B, raccogliendo buona parte del lavoro impostato da Puppo. Signore e galantuomo sarebbe lontano anni luce dalle frenesie del calcio di oggi. Ingiustamente dimenticato è stato accantonato troppo in fretta e lasciato troppo solo nonostante le gradi intuizioni teoriche e tecniche relative al gioco del calcio. Si spegnerà nel 1986 a soli 68 anni.

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