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Martedì, 16 Aprile 2024
Tutti i campioni del mio cuore

Gli anni Settanta di Mario Manera, corsaro biancorosso

Terzino sinistro moderno si guadagnò il soprannome di "Cavallo pazzo". Una vita al massimo, dai gol in Serie B alla squalifica per l'aggressione a un arbitro

Calcio, ancora calcio. Ieri, sempre ieri. Le memorie del pallone biancorosso si sovrappongono quasi inavvertitamente. Già, difficile riportare a galla uomini che hanno chiuso con il calcio il giorno in cui hanno appeso le scarpe al chiodo. Eppure Piacenza è costellata di calciatori evaporati dalla memoria. Uno di questi è Mario Manera, corsaro biancorosso, anarcoide e individualista con il cuore sulla Costa Smeralda e l'anima in Liguria, sponda genoana. Manera é un terzino sinistro. Gioca quattro stagioni in biancorosso e in almeno due ha il pregio di distinguersi per il modo in cui interpreta il ruolo di laterale. Arriva dal Genoa nel luglio '74. Anch’egli fa parte della colonia mercenaria, tanto cara a Gibì Fabbri, che per due stagioni  incanterà i tifosi.

Capelli lunghi e increspati, baffoni, poco cerimonioso, Mario Manera, classe 1947 (è nato a Bescapé in provincia di Pavia, il paese in cui precipita l'aereo di Enrico Mattei), divide la carriera calcistica tra Cagliari e Genoa. In Sardegna lascia ricordi e sogni, in Liguria una stagione con Sandokan Silvestri e poi l'approdo in biancorosso in C. Un declassamento che sulle prime non accetta. Si presenta comunque al raduno e si mette a disposizione dell'allenatore. Manera ha propensione a spingersi in avanti, sa chiudere gli spazi con bravura e mestiere e si propone con grinta e aggressività in campo. E' un personaggio suo malgrado. I capelli lunghi e l'aria un po' bizzarra lo rendono interessante. Manera era sì un terzino, ma con la sua propensione offensiva che lo avvicina alla mezz’ala di fascia odierna, non riesce ad eseguire gli ordini degli allenatori troppo difensivisti e si guadagna il soprannome di “Cavallo pazzo” per le scorribande che lo portarono a segnare addirittura quindici gol in due stagioni al Genoa, in B. Se paragonato a Cabrini, Facchetti e Maldini, i belli e impossibili con il numero tre sulla maglia, Mario dà l’idea del corsaro, del pirata senza reticenze e senza freni. Sa farsi valere (fin troppo), a volte eccede e fioccano su di lui alcuni cartellini gialli. Ma quando spinge sulla fascia è un'iradiddio. Fuga con cross o tiro in porta. Alcune sue reti fanno parte di un'immaginaria antologia dei gol più belli del lungo romanzo biancorosso. Istrionico quanto basta, a volte troppo irascibile, ha dalla sua doti tecniche di assoluta qualità. E' l'uomo in più del centrocampo biancorosso e il difensore aggiunto quando la squadra deve chiudersi.

Novembre 1975. Strano destino, un sole ancora tiepido illumina la città. E' l'estate di San Martino. Si gioca Piacenza-Palermo. Ti aspetti la nebbia e invece arriva Mario Manera con due bellissimi gol in uno stadio gremito. I biancorossi vincono per tre a zero. Manera, con quei gol, rappresenta la fantasia al potere, il sogno.

Il declino come spesso accade è per tutti impietoso. In biancorosso viene posto fuori squadra per disaccordi economici; resta fermo un anno e nel 1978 passa al Pro Piacenza nei dilettanti. Nel febbraio successivo, durante l’incontro contro il Casorate, perde il controllo, aggredisce l'arbitro e per questo viene squalificato a vita. In carriera ha totalizzato complessivamente 21 presenze in Serie A e 151 presenze e 18 reti in Serie B. A noi piace però  ricordarlo affezionato al Piacenza con il cuore in Sardegna, tant’è che spesso emulando il grande Fabrizio De André di quegli anni, risponde alle sirene marine e non disdegna di tornare spesso in terra sarda, anche se a Bescapè è nato e continua a viverci.

Ma andiamo oltre gli aspetti calcistici un po’ olandesi di Mario Manera. Sfogliando casualmente un libro dal titolo “Mario Manera - una vita da campione (e altre storie)” (Edizioni CasadelGiovane), un volume realizzato da Ernesto Prandi, studioso di storia locale, compaesano ma soprattutto grande amico di Manera, emerge che ancora oggi, a 75 anni, questo ex calciatore è il campione di Bascapè, il mito di un calcio ricco e affascinante, di un’Italia che volava e il libro valorizza gli aspetti temperamentali ma soprattutto la personalità di questo campione. Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, nel 1979, Mario torna a Bescapè dove svolge l’attività di commerciante di abbigliamento aprendo anche uno store in piazza Borgo a Piacenza. Dice Prandi: “Per me scrivere di Mario è stato come tornare alla mia infanzia, tra noi ci sono tredici anni di differenza, sono nato nel 1960 ed ero un bambino quando lui giocava in serie A. Per noi che sognavamo di diventare calciatori era una sorta di eroe. Era amico di Gigi Riva, viaggiava in fuoriserie e quando componevamo l'album dei calciatori, scovare la sua figurina era un'emozione”.

Manera era partito proprio dal campetto di Bascapè, dove aveva scoperto di saperci fare col pallone; era un ragazzino che lavorava in tipografia con la sorella, ma papà gli aveva concesso di tentare la fortuna come calciatore. E allora si era fatta avanti la Sangiulianese, quindi la Melegnanese, per poi arrivare al professionismo con la maglia della Pro Patria, con la quale gioca due anni in Serie C. Sale di una categoria nella stagione 1968-1969 quando disputa il campionato cadetto con la Reggiana, fino a passare in massima serie con il Brescia. Tutto questo e molto altro è scritto nel libro di Ernesto Prandi, diviso in due tempi dedicati all’amico calciatore: ma c'è anche un intervallo dove l'autore racconta la vita a Bascapè in quegli anni, dalle tradizioni nei cortili  e nelle cascine, le sagre e la musica dei juke-box, i bar di paese e la squadra di calcio. Commenta l’autore: “La storia di una persona non si può isolare dal contesto in cui è nato, non si può separare dalla realtà in cui ha questa persona ha vissuto, perciò ho voluto contestualizzarla, sia all’ambiente sia al periodo storico in cui Mario ha ottenuto i maggiori riconoscimenti. Oltre alla vita sportiva di Mario Manera ho voluto inserire altre storie. Sono racconti brevi, conservati per anni nel meraviglioso scrigno del ricordo, che parlano di una Bascapè affascinante ma quasi scomparsa e di alcuni personaggi indelebili nella memoria, che ho accostato alle vicende del protagonista”. Un grande protagonista che muove ricordi di un calcio che non esiste più.

                                                                      

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