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Giancarlo Cella, quando il calcio era arte nobile

Fortemente legato a Bobbio, ha giocato e allenato nel Piacenza e poi è stato protagonista nel Torino e nell'Inter di Facchetti e Mazzola, oltre a vestire la maglia dell'Italia alle Olimpiadi di Roma del 1960

Giancarlo, o se vi pare Caje Cella, è stato un giocatore figlio del Dopoguerra, del calcio all’italiana e del boom economico; la sua intraprendenza calcistica, accompagnata da un’intelligenza tattica notevole, ne hanno fatto un protagonista di riguardo. Ricordo, ricordo perfettamente, eravamo nei primi anni Duemila, il Bobbio Film Festival diretto da Marco Bellocchio viveva un momento magico e l’ex campione di calcio Giancarlo Cella si aggirava nei vicoli della sua Bobbio con il Trebbia e la Gola di Ceci a delimitarne gli ampi confini; tra un abbraccio e l’altro con gli amici di una vita, passava le proprie giornate dal campo al tennis perché Cella a Bobbio è sempre stato amico di tutti, era e sarà sempre uno di casa per gli abitanti del “Borgo dei Borghi” fondato da San Colombano. Ci si incontrava e apriva l’album dei ricordi: Torino, Inter, Piacenza, Enzo Bearzot, Sandro Mazzola, Giorgio Ferrini, Roberto Rosato e tanti altri calciatori che Caje ha avuto modo di conoscere nella sua prestigiosa carriera. Cella era dirompente in campo e nella vita, sapeva imporsi con il suo carattere e con il suo approccio, era una sorta di vate nella sua terra d’origine. Cresciuto proprio nella Bobbiese e quindi nel Piacenza, esordisce in prima squadra nel 1957-1958: a causa di un'epidemia di influenza asiatica molti giocatori sono indisponibili e Caje viene schierato dall'allenatore Oreste Barale come ala sinistra contro la Carrarese, i biancorossi escono sconfitti per 3 a 1 ma Cella fa il primo passo verso un futuro glorioso e denso di soddisfazioni.

Nel 1958 questo ragazzo innamorato della Valtrebbia che ama il calcio più di se stesso passa al Torino e debutta in Serie A poco più che diciottenne come centrocampista nell’ottobre del 1958 contro la Triestina. Farà parte della splendida “tribù” granata per sei stagioni (intervallate da un anno in prestito in serie B al Novara), risultando per la sua classe e per il suo modo di imporsi, una delle bandiere toriniste nei primi anni Sessanta. Figlio di Tio, ex calciatore del Piacenza negli anni Trenta e fratello di Albino che ha giocato in biancorosso e nel Savona in serie C, Cella nel 1962 è tra i giocatori visionati che potrebbero far parte degli imminenti Mondiali in Cile, ma un infortunio nel finale di campionato gli preclude la convocazione e l'esordio in Nazionale. “Due anni prima – mi disse in un pomeriggio di luglio – nel 1960 feci il mio esordio alle Olimpiadi di Roma, ricordo giocatori come Trapattoni, Noletti e Salvadore. Negli ambienti girava con insistenza il nome di Gianni Rivera che entrò prepotentemente nell’orbita azzurra. Facevano parte di quella squadra anche Bulgarelli e Tumburus del Bologna, mentre dall’Udinese venne scovato Tarcisio Burgnich. Si trattò di un’avventura poco fortunata, le superpotenze dell’Est europeo dimostrarono la loro superiorità e noi arrivammo soltanto quarti. Fu molto doloroso perché eravamo a Roma e l’Italia ci guardava con particolare passione”.

Saranno però gli anni in maglia granata con Nereo Rocco allenatore e i compagni di squadra Lido Vieri, Giancarlo Puja, Joaquin Peirò, Gigi Simoni, Gerry Hitchens e il giovanissimo Gigi Meroni, a dare a Cella esperienza e temperamento: “Anni importanti – commentò sempre in quel pomeriggio – in cui assaporai il fascino della serie A e la grandezza di personaggi quali Rocco e Bearzot nonché la personalità di amici di gioco quali Giorgio Ferrini, “Cuore Toro” e capitano in quegli anni”. 

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