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Dopoguerra, grazie a Giulio Cattivelli spuntano i Papaveri

L'idea del nomignolo portafortuna nasce durante una trasferta a Trento vinta dai biancorossi. Storia di un calcio del passato, con i carri armati che salvano gli arbitri e "sequestri" di tifosi avversari

Storie e vicende di un calcio che fu, di anni lontani quando terminata la Seconda guerra mondiale anche lo sport riprende a far parte della vita dei piacentini. Di pallone d’altri tempi si tratta. Dopoguerra. Il Piacenza ritrova l’ebbrezza del calcio giocato e i piacentini si appassionano alla squadra. E, sempre in quegli anni, anche la maggior parte dei giocatori biancorossi è composta da piacentini di estrazione borghese, destinati a diventare noti professionisti, commercianti o artigiani. Si chiamano Bergonzi, Penzi, Pitin Cella, Massari e Rossetti. Nel Dopoguerra spuntano i Papaveri di Seratoni, il bomber che segna 44 gol in due stagioni è dotato di indiscutibile fascino tra le giovani donne e di uno straordinario senso del gol. Protagonisti con Seratoni anche Ballarin, Meregalli, Celio, Rampini e Romani. Lo stadio di Barriera Genova ha una sua suggestione particolare e la gente, quella più povera che va in bici o in Motom, fa l’acrobata e guarda spesso la partita stando dietro al muro di recinzione in piedi sul proprio ciclomotore o sulla bicicletta. E' calcio da portoghesi e a Barriera Genova come del resto in tutti gli stadi minori, non ci sono poltroncine ma gradoni in cemento numerati e i tifosi portano i cuscini da casa. Nel cuore di una Piacenza diversa da oggi lo stadio ha una sola curva, una gradinata per pochi centinaia di tifosi dove spicca disegnato un elegante signore a cavallo e la scritta “F.lli Dossena”. Le tribune sono coperte ma poco accoglienti.

Prendono corpo in questo clima povero e poco suggestivo, le prime trasferte. Con ogni mezzo e soprattutto con mezzi di fortuna. I tifosi si muovono in un panorama di macerie e di ferite aperte dalla guerra, in truck-pool, ossia in autocarri militari coperti da un tendone e attrezzati in modo molto spartano da due sbarre longitudinali. Roba da poveri. Un freddo polare d’inverno su quei camion scomodi e poco ospitali. Ancora oggi le cronache ricordano una trasferta in cui i biancorossi nel campionato che comprende la serie B e la C, espugnano lo stadio di Alessandria, il “Moccagatta”. Tre a due per il Piacenza in una palude fangosa circondata da gelide muraglie bianche di neve che alla fine forniscono abbondanti munizioni alla rabbia della tifoseria mandrogna che non si limita a seppellire le poche auto targate Pc, ma dà il via a un tiro a segno a dir poco micidiale, appesantito da sassi e da palle di neve. Intanto il direttore di gara viene messo in salvo a bordo di un carro armato delle Forze dell’ordine. L’episodio merita la copertina a colori sulla “Domenica del Corriere”. E alcuni piacentini di Sant’Agnese, come rappresaglia, sequestrano un tifoso  un po’ troppo agitato e lo liberano a dieci chilometri da Alessandria, dopo avergliele date di santa ragione. Qualche domenica dopo c’è un’altra battaglia, a Savona. Il Piacenza manda in bestia i padroni di casa attuando una gara – come scrivono i commentatori di allora – attenta ed accorta. Mettendo in pratica uno storico quanto veemente contropiede che negli anni Sessanta farà la fortuna del calcio italiano. Il pubblico è già pronto ad invadere il campo un quarto d’ora prima della fine della gara. Bersaglio è l’arbitro, che non riesce a raggiungere gli spogliatoi e le busca di santa ragione. Ai bordi del campo la Polizia spara in aria raffiche di mitra che non spaventano proprio nessuno, in considerazione del fatto che gli italiani sono abituati ai mitragliatori dai tempi della guerra. I biancorossi rimangono rinchiusi negli spogliatoi fino a tarda sera assediati da un gruppo di tifosi scalmanati. Tra gli agitatori della tifoseria ligure, c’è un’anziana signora armata di bastone, esempio raro di supertifo al femminile, in un’epoca in cui il calcio è solo ed esclusivamente materia per uomini e le trasferte un’avventura non sempre piacevole.

Primi anni Cinquanta, e più precisamente, stagione 1951-52. Una canzone di successo, un campionato giocato in modo trionfale, un'invenzione giornalistica e i biancorossi diventano nel giro di pochissimi tempo, i Papaveri. Così sono soprannominati i calciatori del Piacenza imbattuti per 31 giornate durante una stagione indimenticabile.

La gente lavora sei giorni su sette e alla domenica pomeriggio c'è la partita allo stadio di barriera Genova. C'è entusiasmo, voglia di fare e il pallone diventa una splendida metafora che racchiude il desiderio di riscatto di una generazione. Gli eroi del tempo andato si chiamano: Faraone (Saletti), Ravani (Spaggiari), Celio; Meregalli, Zanier (Ballarin), Succi (Bissi); Fiorani, Oldani (Bartoletto), Seratoni, Rampini, Romani. Regalano emozioni indimenticabili. Un po' come accade negli anni Settanta con Gibì Fabbri e nei Novanta con Gigi Cagni. La città si identifica con la propria squadra di calcio e viceversa. Si realizza un sogno, il grande sogno biancorosso e alla domenica c'è soprattutto il Piacenza. Ma c'è anche il Festival di Sanremo che cattura l'attenzione dei piacentini. Da sempre calcio e canzoni vanno a braccetto. C'è un motivo di Nilla Pizzi che è un successo, “Papaveri e papere”. La gente lo ascolta alla radio e lo canticchia per le strade. Fa così: “Lo sai che i papaveri son alti alti alti /e tu sei piccolina/ e tu sei piccolina…”. Strane combinazioni del destino. Qualcuno ancora oggi si domanda se i biancorossi sono i papaveri perché indossano le magliette rosse coi bordi bianchi. Non è così. L'idea di questo nomignolo portafortuna è frutto della fantasia e della genialità giornalistica di Giulio Cattivelli, il mitico Cat. In occasione della trasferta dei biancorossi a Trento, vinta dal Piacenza per 1 a 0, sente canticchiare in tribuna quelle strofe, un po' irriverenti nei confronti degli avversari. E' fatta. Il giorno dopo Cat intitola l'articolo: “I papaveri sono alti e il Trento è piccolino”. E improvvisamente i Papaveri sono i biancorossi anche nei resoconti dei grandi quotidiani sportivi e per tutto il resto del campionato. Il soprannome si rafforza con gli anni. Questa parola entra a far parte del linguaggio dei tifosi e il Piacenza è soprattutto la formazione dei Papaveri. Resisterà nel tempo questo nomignolo, per diversi anni; l’età del boom e della rivoluzione pop degli anni Sessanta manderanno in soffitta questo appellativo: ne nascono altri quali biancorossi e un orrendo termine che nasce nelle curve durante la cavalcata in serie A, il “Piace” tuttora molto diffuso. A chi scrive torna in mente una frase di Pablo Neruda: “C’è una stella più aperta della parola papavero?”.

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