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Schegge di memoria: Gianni Brera e "La storia critica del calcio italiano"

Dai sette scudetti della Pro Vercelli alle vittorie del Genoa, dal Grande Torino alle vicende della Nazionale. Il mondo del pallone raccontato da uno dei più grandi giornalisti della nostra epoca

Sì, mi ricordo. Milano, Gianni Brera e la sua abitazione in via Cesariano. Era lì che lo incontravo ogni giovedì, poi raggiungevamo una trattoria vicina per un pranzo frugale prima che iniziasse a scrivere, era la primavera del 1989. Si trattava di un appuntamento fisso quello con il Maestro, dettato prima dall'esigenza di avere la prefazione a un mio libro realizzato per conto del Comune di Cadeo e poi, credo, da un comune senso di stima. Io nutrivo una forte ammirazione per Brera e per come era riuscito ad affermarsi. Molta Padania, tanta bassa e soprattutto protagonisti del nostro ieri.   

Ho riletto in questi giorni una delle sue pietre miliari “La storia critica del calcio italiano” (Bompiani) ed è stato come tornare indietro negli anni, riscoprire uomini dimenticati e stagioni della vita lontane. Troppo lontane. Non si tratta di uno dei tanti volumi sulla vita di Brera, “homo padanus” di San Zenone Po che ha fatto grande la Bassa e che ha nobilitato, con le sue parole, il pianeta calcio. Si tratta di un libro rigoroso e “scientifico” per quanto possa esserlo il calcio. Un libro che racchiude squadre e partite che hanno segnato la storia di questo sport che oggi l’amico Gìuan stenterebbe forse a riconoscere. Sta di fatto che ogni volta che torno a leggere questo scrittore mi viene il magone e rivivo la mia adolescenza sulle dolci colline piemontesi, la passione di mio padre per Gianni Rivera e Fausto Coppi, il fascino di Italia-Germania 4-3 in una suggestiva Recherche vagamente proustiana.

Già, perché Gianni Brera, propone per noi figli degli anni Cinquanta e Sessanta elementi di grande novità. Scrittore della terra, principe della zolla, questo grande umanista ha dato lustro al calcio maschio e tattico, i cui figli sono stati in particolare Nereo Rocco (col quale era legato da profonda amicizia) e Gipo Viani. Nella “Storia critica” ci sono anche il calcio piemontese con la Pro Vercelli campione d’Italia con sette scudetti tra il 1907 e il 1922, il Genoa coi suoi nove scudetti tra il 1906 e il 1923, il Padova di Charles Adcock, Gastone Zanon e lo stesso “Paron” Rocco insieme a Kurt Hamrin e Sergio Brighenti, terzo nel campionato 1956-57. E ancora, il Grande Torino e la tragedia di Superga e le vicende della Nazionale fino al 1978. Brera ha legato il proprio nome alla filosofia calcistica del gioco all’italiana e del contropiede e le sue idee per nulla peregrine, erano supportate dal fatto che gli italiani fisicamente meno supportati di altri popoli, come i tedeschi, gli svedesi, gli ungheresi e gli stessi inglesi, avrebbero dovuto economizzare energie utilizzando tattiche di opportunità.    

Ho iniziato a leggere questo giornalista e scrittore sulle colonne del «Guerin Sportivo» nei primi anni Settanta. E ho avuto modo di capire il suo linguaggio molto presto grazie a un cardiologo in Alessandria, il dottor Arnaldo, che di Gioàn, “scriba sui generis” conosceva vita, morte e miracoli. Oggi ne parlo spesso con l’amico Marco, il Professore, che conosce James Joyce e l’universo della serie D lombarda meglio di chiunque. E davanti a un piatto di anolini spadellati e una zuppa di verdura, da Andrea in via San Bartolomeo Giòan Brera è uno dei nostri temi preferiti, per noi figli di Eupalla, Dio del pallone.

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