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Volley - Il professor Zorzi: «E' dura digerire le sconfitte»

«La vittoria è leggera e vola via in fretta, la sconfitta invece ti rimane sullo stomaco a lungo, come se fosse un macigno. E’ molto più difficile da dimenticare». Parole di Andrea Zorzi, protagonista della Generazione di Fenomeni che nella...

«La vittoria è leggera e vola via in fretta, la sconfitta invece ti rimane sullo stomaco a lungo, come se fosse un macigno. E’ molto più difficile da dimenticare». Parole di Andrea Zorzi, protagonista della Generazione di Fenomeni che nella pallavolo ha vinto tutto, con l’unica eccezione delle Olimpiadi. L’ex opposto azzurro in mattinata ha incontrato gli studenti del Liceo San Benedetto: il programma prevedeva che Zorzi parlasse della sua vita, del rapporto con lo sport e di come si è avvicinato al volley. In realtà gli argomenti trattati sono stati molti di più: dai ragazzi di oggi al rapporto con i social network e le nuove tecnologie: «Non sono contro tutte queste novità, ma ho idea che spesso invece di utilizzarle ne abusiamo».

TROPPO ALTO - Un’ora e mezza in cui Zorro (questo il nome con cui è conosciuto nell’ambiente della pallavolo) ha parlato senza bisogno di domande. A braccio, iniziando a raccontare di quando a sedici anni si è avvicinato alla pallavolo solo per cercare di lasciarsi alle spalle il complesso dell’altezza. «Dappertutto troverete che sono 2.01. Baravo anche su quello, perché in realtà il metro dice 2.05». Il consiglio di un professore del Liceo classico di provare con il volley e le sgridate del papà quando dopo pochi mesi voleva già abbandonare: «Non ero scarso, ero scarsissimo, e nessuno mi “filava”. Ma mio padre disse: ti sei preso l’impegno e dovrai almeno finire la stagione». Per fortuna di Andrea e della pallavolo italiana l’ebbe vinta il papà, e fondamentale l’incontro con Julio Velasco. «Ricordo ancora la prima riunione. Arrivavamo da una serie di sberle prese in giro per il mondo in ogni competizione e lui disse: credo che questa squadra possa arrivare ad essere fra le migliori a livello internazionale. Dovremo prendere come esempi Stati Uniti e Brasile e poi lavorare tanto».

OBIETTIVO - Quindi l’ex opposto racconta anche del primo incontro faccia a faccia con Julio. «Avevo 24 anni e mi chiese: secondo te cosa devi fare per migliorarti? Io iniziai a elencare i miei punti deboli: difesa, muro. Lui mi fermò subito: qual è il tuo compito? Schiacciare. Allora devi lavorare per migliorare in attacco». Questo era Julio Velasco, uno che fra i suoi comandamenti ne aveva tre fondamentali: parliamo di obiettivi, definiamoli in modo preciso e alleniamoci per raggiungere i nostri scopi.

La vita di Zorzi non si ferma su un campo da pallavolo: lasciò le ginocchiere negli spogliatoi a 33 anni e subito iniziò una seconda vita. Produttore di una compagnia di danza («Un mestiere nuovo a affascinante»), giornalista e operatore nel campo della formazione. «Vado nelle aziende e spesso faccio giocare a pallavolo per capire cosa significa essere una squadra».

ATTORE - Adesso è tornato al teatro nelle vesti di attore, con la sua commedia “La leggenda del pallavolista volante”, che porterà in scena il 28 ottobre al Municipale in uno spettacolo dedicato a Vigor Bovolenta e che vedrà l’intero ricavato donato in beneficenza a Progetto Vita.
Ma per quest’uomo che, stando alla sua definizione, è nato con la tv in bianco e nero ed è arrivato ai social network passando per il digitale, la pallavolo è una parte fondamentale della propria vita. Così è inevitabile che a fine mattinata gli studenti del professor Giovanni Baldini, ideatore dell’incontro, gli chiedano chi sono stati gli atleti più forti con cui ha giocato. «Fra i miei compagni direi Lorenzo Bernardi: giocatore completo che non perdeva mai un attimo la concentrazione. Fra gli avversari Karch Kiraly: era alto “solo” 1.90 ma ha vinto due Olimpiadi indoor e una nel beach volley. Un atleta speciale»

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