Mercoledì, 17 Luglio 2024
Volley A1 maschile

Luca Vettori dice addio al volley

L'opposto ha giocato a Piacenza sia con le giovanili sia con la prima squadra, vincendo anche una Coppa Italia e una Challenge Cup

Luca Vettori lascia il volley. L'opposto, nato a Parma nel 1991, ha trascorso a Piacenza parecchi anni della carriera, trovando anche l'esplosione definitiva in biancorosso dove ha giocato dal 2007 al 2009 con le giovanili e quindi dal 2012 al 2014 con la prima squadra con cui ha vinto la Challenge Cup e la Coppa Italia. Nel suo palmares anche uno scudetto, due Supercoppe italiane, un Mondiale per club e una Coppa Cev oltre all'argento alle Olimpiadi di Rio e a due medaglie (argento e bronzo) agli Europei.

Questo il post pubblicato da Vettori su facebook

Qualche tempo fa ho sognato un aeroporto. Sogno spesso (e un po' a malincuore) gli aeroporti, gli hotel e i centri commerciali. Vai a capire.

E questa volta però dall'aeroporto uscivo, perché volevo vedere il tramonto. Dovevo salire su un piccolo promontorio per trovare la luce del sole. Ma la vista, anche da su, era occlusa da altre architetture. Ritornato sui miei passi, scendevo da una scala molto ripida, gradino per gradino, prima con vertigini, poi sempre più velocemente. Arrivando a terra mi trovavo nel bel mezzo di una parata. Forse una folla si era riunita per celebrare la luna e il sole.

Allora mi infilavo anche io in questa danza. Si danzava ondeggiando, a serpentina, si danzava come nell'ultima scena di un film: la camera stava fissa ed era la parata che lentamente si allontanava e sfumava, fino a uscire di scena.

In quella danza mi son sentito un'anguilla. Proprio un'anguilla ondeggiante, che se ne andava, felice.

Si chiama Anguilla il protagonista di un libro a me caro. La luna e i falò.

Quell'Anguilla fa ritorno a casa, dopo molto tempo lontano. All'inizio è spaesato, proprio senza paese. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via, dice. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti, dice.

Depaysement significa letteralmente "essere finiti fuori dal paese" o "essere fuori di sé". Chi ritorna a casa dopo lungo tempo coglie la felicità del repaysement, dell' "essere rientrato nel paese", dell'essere di nuovo gettato nel mondo.

In questi termini, naturalmente, la casa e il paese non sono solo un luogo fisico, le quattro mura. Non sono l'origine e il punto di partenza. Sono piuttosto ciò che ci fa sentire vivi e con uno scopo.

Quindi sicuramente ciò di cui sto parlando (di cosa sto parlando?) ha a che vedere con un entrare e con un fuoriuscire e viceversa con un fuoriuscire e con un entrare.

Fuoriuscire in effetti è una parola precisa, molto liquida. Dà l'impressione che ciò che sta dentro, la sostanza - come all'interno di una conca o un cratere - continui un po' a restare e non sgorghi definitivamente del tutto. Nulla di ineluttabile. Tutto in trasformazione.

Questo fuoriuscire - di me in me - sembra coincidere anche con un atterraggio. Più si ha dimestichezza con l'aria e la terra, più l'atterraggio sarà graduale, lieto.

Per descrivere meglio il punto in cui mi trovo, ora, mi son ricordato di aver tenuto a lungo da parte un'immagine, un po' datata.

Ci sono io in penombra su un campo da gioco. Una palla a mezz'aria, sopra il mio petto. Nell'immobilità dello scatto non si percepisce la direzione. Arriva o rimbalza? Lo si può presupporre, ma non si può esserne certi.

Dunque in questa traiettoria congelata l'effetto è del tutto singolare: la palla, con un gioco d'immaginazione, sembra staccarsi da me. Sembra balzare fuori. Come fuoriuscire da me.

Ed è un po' di questo che sto parlando.

Non posso avere la certezza che sia la palla ad allontanarsi da me o che sia io ad allontanarmi dalla palla. Siamo cristallizzati nel mezzo, ci scrutiamo forse, e con dignità assaggiamo la nostra distanza. Fuoriusciamo e rientriamo, a grandi ondate.

Ebbene ci sono tanti modi per dirlo semplicemente.

Smetto. Finisco. Lascio. Mi ritiro.

(Ciò che questo comporta è, credo, più complesso.)

Oltre alla fine del mio lavoro, ovvero ciò a cui mi sono dedicato e iperspecializzato per circa quindici anni di vita, questo momento provoca, come dicevo all'inizio, un bisogno chiaro: ri-paesarsi, ritrovare il proprio paese.

Farò una piccola rivelazione impopolare, intanto. Quando cantavo l'Inno di Mameli, prima delle partite, tutti in fila abbracciati, tra me e me, baravo. Fin dai primi anni di Nazionale, ho iniziato nell'ultima strofa a far cadere una T. Ammutolivo una T.

Siam pronti all'amor-e, l'Italia chiamò.

Era un gioco un po' brigante, per cui provavo a trasformare in azioni le parole che pronunciavo. E preferivo visualizzare le azioni trasformate dell'amore piuttosto che quelle della morte.

Nel mio paese dunque, per cominciare, vorrei che ci fosse una T caduta. Un amore anziché una morte.

Ho pensato diverse volte a quali cose scrivere in questo discorso. A un certo punto erano talmente tante che ho quasi avuto la tentazione di abbozzare un piccolo manoscritto.

Avrei potuto (e dovuto) ringraziare un gran numero di persone, coloro che mi hanno permesso di trovarmi qui a scrivere queste parole, dopo una parabola strabiliante - vista con l'occhio incredulo di un ragazzo che poco a poco comincia a "lavorare" alla pallavolo. In qualche modo so, ne sono certo, che chi sto ringraziando lo può avvertire, anche senza trovarsi nominato dentro una lunga lista.

Avrei potuto parlare poi del nuovo mondo che sto trovando, del mondo reale che compare in tutta la sua verosimiglianza, del mondo che si fa terra vera dopo un decennio bizzarro; o anche delle motivazioni che hanno contribuito alla mia scelta. E magari lo farò, più avanti.

Perché questo nostro tempo colmo fino all'orlo di cambiamenti (già in atto) non è come il tempo che ci ha preceduti: è un tempo anomalo; decisivo a partire dalle nostre prospettive, dalle nostre ambizioni e dai nostri sguardi al futuro. A partire dalla nostra capacità di ripensarci.

Eppure mi sono reso conto che è di quel qualcosa che rimane, dentro - dentro, che non è fuoriuscito, di cui vorrei ancora continuare a seguire il corso. Un corso cominciato a tentoni, esplorato con amici e colleghi, in ascolto, in dialogo, o altre volte in silenzio, da solo. Un corso che contiene tante domande, che merita studi e condivisioni.

Una sorta di antropologia sportiva. Che ci guarda per ciò che siamo.

Fin dove può condurre l'educazione allo sport? L'educazione nello sport? Quello sport di cui abbiamo tanto parlato e che è mutato sotto i nostri occhi nel corso del tempo?

Quello sport che si prodiga apertamente ad includere, piuttosto che a escludere, che prepara generazioni nuove, che cerca da loro stupore e desiderio d'invenzione? Mi piacerebbe provare scoprirlo, senza mezzi termini, tendendo mani dentro e fuori.

Fuoriuscendo appena. Ma sempre invece lì accanto.

L'anno prossimo giocherò a Legri, attorno al Mugello. Sui cammini di Bibbiana, incontrando, forse, qualche nuovo scolaro alla scoperta di Don Milani, maestro di prossimità, di attività ludiche e di saperi.

L'anno prossimo giocherò a Vianino, in Val Ceno. Giocherò con i fiumi che scompaiono, mettendo in archivio le paure, i dubbi, le fantasie che la crisi climatica impone alla cittadinanza.

L'anno prossimo giocherò tra il Fersina e l'Adige, nelle valli scoscese Lagarine, per provare a portare più in alto il coraggio, la forza del cuore.

L'anno prossimo giocherò a Milano, in giro per fiere o chissà dove, con Brododibecchi al mio fianco, scegliendo tra i numerosi contatti che io e Matteo abbiamo raccolto nel corso del tempo, e che meritano davvero la possibilità di un incontro.

L'anno prossimo giocherò alle scritture e alla radio. E anche alla grafica e alle piccole autoproduzioni. Perché dopo tutti questi tentativi e slanci li sento un po' come una materia domestica.

L'anno prossimo giocherò a Cosio di Arroscia. Per prepararvi un'imboscata, sognando ancora, quel tanto che basta.

L'anno prossimo non gioco più qui - vado a giocare lì, dopo aver danzato in festa celebrando la luna e il sole, lì dove s'accende la scintilla.

“L’anguilla, la sirena

dei mari freddi che lascia il Baltico

per giungere ai nostri mari,

ai nostri estuari, ai fiumi

che risale in profondo, sotto la piena avversa,

di ramo in ramo e poi

di capello in capello, assottigliati,

sempre più addentro, sempre più nel cuore

del macigno, filtrando

tra gorielli di melma finché un giorno

una luce scoccata dai castagni

ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,

nei fossi che declinano

dai balzi d’Appennino alla Romagna;

l’anguilla, torcia, frusta,

freccia d’Amore in terra

che solo i nostri botri o i disseccati

ruscelli pirenaici riconducono

a paradisi di fecondazione;

l’anima verde che cerca

vita là dove solo

morde l’arsura e la desolazione,

la scintilla che dice

tutto comincia quando tutto pare

incarbonirsi, bronco seppellito;

l’iride breve, gemella

di quella che incastonano i tuoi cigli

e fai brillare intatta in mezzo ai figli

dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu

non crederla sorella?”

(Eugenio Montale - da “La bufera ed altro”)

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