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Botti da giocatore a tecnico: «Sono stato un privilegiato»

Massimo Botti è cresciuto, si è confrontato sul campo ma soprattutto ha vissuto spalla a spalla con la Generazione dei fenomeni. Per questo non solo ha vinto tanto, ma è anche una di quelle persone che grazie al volley e allo sport ha...

Massimo Botti è il nuovo tecnico del Monticelli in B1

Massimo Botti è cresciuto, si è confrontato sul campo ma soprattutto ha vissuto spalla a spalla con la Generazione dei fenomeni. Per questo non solo ha vinto tanto, ma è anche una di quelle persone che grazie al volley e allo sport ha imparato a sorprenderti: mai una risposta scontata e soprattutto un quadro ben delineato della realtà attuale. «Sono stato un privilegiato perché per tanti anni ho potuto fare quello che più mi piaceva» ammette. La parola “sacrificio” non la pronuncia mai, anche se a 14 anni ha lasciato la famiglia per cercare fortuna nella pallavolo e nella sua vita ha trascorso più tempo in palestra che con gli amici. Adesso ha deciso di cambiare prospettiva: basta con il volley giocato, si siede in panchina per una nuova avventura da allenatore del Monticelli in B1.

Sei un classe 1973 come Samuele Papi. Ma lui va avanti e tu invece cambi ruolo. Perché?
«Perché gli ho dato retta. Continuava a ripetermi che noi ’73 siamo troppo vecchi - ride Massimo - e alla fine mi ha convinto per poi rimangiarsi la parola».

Sei stato 22 anni in Serie A. Se ti volti cosa vedi?
«Un bel percorso fatto senza mai considerarlo un lavoro. Ho sempre vissuto il volley come una passione, ho trovato un’attività che mi piaceva e che avrei svolto anche se non mi avessero retribuito. Mi ritengo una persona molto fortunata».

Domanda che fanno sempre a chi gioca da tanto tempo ma a cui non è semplice rispondere: era meglio la pallavolo di quando hai esordito in Serie A o quella di adesso?
«Come giocatore è semplicemente diversa. Egoisticamente preferivo quella di una volta, perché l’introduzione del libero mi ha un po’ tagliato le gambe viste le mie caratteristiche. Ma alla fine sono contento di quanto ho fatto».

Riassumi questo lunghissimo periodo in una sola fotografia: qual è stato il momento più bello?
«Le finali scudetto giocate con Piacenza, proprio perché difendevo i colori della mia città. Sono i ricordi più vivi».

Una finale giocata da infortunato. Da quel punto di vista c’è un po’ di rammarico?
«Da quel punto di vista sì, però non dimentico il bellissimo percorso effettuato per arrivarci».

L’errore più grande che hai commesso in questi anni?
«Sono sempre stato troppo autocritico, forse avrei dovuto vivere un po’ più serenamente come ho fatto negli ultimi anni».

Ti faccio odiare da qualche tuo ex compagno: scegli la squadra più forte, ruolo per ruolo, composta dai pallavolisti che hanno giocato con te o che hai affrontato da avversario.
«E’ impossibile, bisognerebbe dividere fra pre cambio palla e il post. Diciamo che ho avuto la fortuna di conoscere grandissimi campioni. Di sicuro il palleggiatore è stato Blangé, il regista che ha fatto maggiormente la differenza nella storia della pallavolo. Come opposto Carlao, ma mi fermo qui altrimenti rischio di nominare tutta la Maxicono».

Allora scegliamo i tre più forti in assoluto.
«Senza dubbio Giani per quello che ha rappresentato e per il temperamento; oltretutto era il compagno che più assomigliava alle mie caratteristiche tecniche, è stato il mio punto di riferimento. Poi direi Marco Bracci per il modo di stare in campo, per la grinta e la volontà che aveva nel vincere le partite. Nominerei anche Bob Ctvrtlik con cui ho giocato in A2 a Forlì; è stata una stagione molto formativa proprio grazie a lui. Ancora ero giovane e non avevo capito cosa fosse la cultura del lavoro, lo statunitense me l’ha insegnata».

Se oggi dovessi spiegare ai giovani cosa significa vivere di sport e nello specifico di pallavolo?
«Lo sport mi ha dato tutto. Adesso non so se è più così; ai miei tempi si stava meglio, io sono diventato un giocatore serio nel momento in cui c’è stato il boom del volley e per me è stato tutto più semplice. Ai giovani oggi bisogna fare un discorso serio prima che si convincano a intraprendere un percorso sportivo, perché non è più così facile da un punto di vista economico. Bisogna rimanere con i piedi ben ancorati a terra, coscienti che fino a prova contraria la pallavolo rimane una passione ed è necessario puntare anche su altre cose più concrete».

C’è un po’ di rammarico per essere cresciuto proprio durante l’esplosione della Generazione di fenomeni? Forse se fossi nato in un altro periodo avresti fatto una carriera ancora migliore?
«Direi di sì, sono nato tre anni più tardi del dovuto. Per un periodo brevissimo non ho raccolto quanto avrei potuto, ma non posso assolutamente avere questo rammarico. Sono stato un privilegiato, ho vinto e giocato in squadre prestigiose».

Chi sarebbe diventato Massimo Botti senza la pallavolo?
«Non ne ho idea. Sono andato via di casa a 14 anni, non sapevo nemmeno che sarei diventato un pallavolista. E poi - scherza - ho fatto talmente tanta fatica a prendere il diploma che non ho mai preso in considerazione nessuna altra attività».

Adesso lasci la carriera da giocatore e ti butti nell’attività di allenatore. Come ti immagini dal prossimo agosto quando dovrai sedere in panchina?
«Mi aspetto una bella avventura. Ringrazio il Monticelli che mi ha offerto questa opportunità, cercherò di meritarmi la fiducia dando il meglio. Non so quanti errori potrà fare, sicuramente ne commetterò perché il passaggio non sarà semplice. Ma è un vestito che mi sento addosso, spero mi stia bene».

In passato hai combattuto anche battaglie particolari, ad esempio hai lanciato una campagna social contro la limitazione degli over nelle serie inferiori. Potremmo vedere anche un Massimo Botti dirigente fra qualche anno?
«Non lo so. Vuoi già farmi fuori come allenatore? Il ruolo di dirigente nella pallavolo è molto difficile. Chissà, magari un giorno può essere, ma adesso mi concentro sulla mia nuova avventura da tecnico».

Finiamo da dove abbiamo iniziato: da allenatore dai un consiglio a Samuele Papi.
«Gli dico di non smettere, fare l’ultimo anno a Piacenza e poi venire a Monticelli dove lo accoglieremmo a braccia aperte. Anche perché mi dicono che ci sia in panchina un allenatore di prospettiva».
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