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Martedì, 7 Febbraio 2023
Ciclismo

Addio a Vittorio Adorni, che nel 1968 scalò la vetta più alta del mondo

La vittoria iridata nel ricordo di Mauro Molinaroli, che poi incontrò a Piacenza nel 1986 il campione recentemente scomparso

Ricordo, ricordo perfettamente. Toleto, un minuscolo paese abbarbicato nelle terre del Monferrato, i vigneti di Barolo e dolcetto, io adolescente inquieto, figlio di un’epoca che avrebbe cambiato tanto in noi ragazzi che stavamo per vivere la stagione dei Pugni in tasca, tra rivolta e cambiamento.

In quella domenica tutto però sembrò fermarsi grazie a Vittorio Adorni, scomparso pochi giorni fa a 85 anni e protagonista in quel lontano 1968, di un’impresa che,  come sarebbe accaduto due anni dopo, il 17 giugno 1970 in occasione della semifinale del mundial messicano tra Italia e Germania, sarebbe rimasta nel tempo e nella storia. Davanti a una tivù in bianco e nero, insieme a mio padre che già era sofferente di una malattia chiamata uomo (sarebbe mancato qualche anno dopo allo stesso modo di Cesare Pavese), ero attaccato allo schermo per un’impresa che ancora oggi è storia: il successo di un atleta italiano al mondiale di ciclismo su strada. Una vittoria, quella di Adorni che riporta ai grandi dello sport: Coppi, Fangio, Lauda, Pelé, Maradona, Benvenuti, Paolo Rossi. Insomma campioni autentici, veri, che con le loro imprese hanno segnato un’epoca.

Sul circuito dei Tre Monti di Imola, in quella domenica Adorni sente l’odore della terra, si alza in piedi, stringe il manubrio e va in fuga. Gli resiste Rik Van Loy da campione di razza (ha vinto due mondiali, tre Parigi-Roubaix, il Giro di Lombardia e la Liegi-Bastogne-Liegi), entrambi macinano chilometri tra i fusti di grano, provano a stargli dietro Lino Carletto e il portoghese Agostinho, a inseguirli a distanza il Cannibale Eddy Merckx, l’olandese Janssen, Raymond Poulidor espressione della Francia operaia e proletaria, marcati da Franco Bitossi, Gianni Motta e Felice Gimondi. Al traguardo mancano ottanta chilometri, tantissimi, forse troppi ma Adorni vede il piglio un po’ stanco di Van Loy, scatta sulla rampa di Frassineto ed è fuga vera, quasi impossibile da sostenere eppure Adorni non molla, anzi di chilometro in chilometro aumenta il proprio vantaggio e fino al traguardo del Santerno a Imola c’è un uomo solo al comando, ancora una volta e quest’uomo parla italiano, il suo vantaggio è di 9 e 50 minuti su Herman Van Springel e 10 e 18 minuti su Michele Dancelli, tra i pochi superstiti in questa pazzia che sa di storia e di mito.

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