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«Uno per tutti e tutti per uno fu il nostro segreto». Lo storico ds Gianpietro Marchetti ci racconta il suo Piacenza “tutto italiano”

Dopo anni torna a parlare il mitico direttore sportivo che fabbricò il Piace dei miracoli. Il «no» all’Inter per Turrini. I suoi trucchi sul mercato: «Cercavo sempre elementi che si sarebbero potuti integrare bene con l’ambiente e con la società. Le qualità umane contano, eccome»

Qui sopra Gianpietro Marchetti, deus ex machina del Piacenza Calcio. A pagina 1 la triade, Gigi Cagni, Leonardo Garilli e Marchetti. A pagina 2 premiato con una targa ricordo durante una delle famose cene organizzate da Giancarlo Piva, del CCCB, e poi la mitica squadra che conquistò dalla la prima promozione in Serie A.

datei_s-6Gianpietro Marchetti ha sempre preferito lavorare lontano dai riflettori: rarissime le interviste, tantissimi invece i risultati concreti. La capacità dell’oggi 71enne ex direttore sportivo biancorosso di trovare il bandolo di matasse molto ingarbugliate, non a caso, gli è valsa la definizione di deus ex machina del Piacenza Calcio approdato al campionato più bello del mondo. Bresciano di Rudiano, da calciatore è stato due volte campione d’Italia con la Juventus e vanta 5 presenze in Nazionale. Per gli ottimi anni in nerazzurro con l’Atalanta è amatissimo anche a Bergamo, dove tornò nel 1974 per lo scambio che portò a Torino Gaetano Scirea. Da dirigente, Marchetti è stato nella sala comandi biancorossa dal 1988 al 2001: appena iniziamo a parlarne, alla nostra comunità manda un pensiero speciale. «Questo virus - osserva - ha colpito pesantemente tre delle città a cui sono più legato: Brescia, Bergamo e Piacenza. Si fa fatica: ciascuno di noi negli ultimi mesi ha perso parenti, amici o conoscenti, e si chiede ogni giorno la ragione di tutto questo».

Come usciremo da questa tragica esperienza?
«Dobbiamo ritrovare la forza per sentirci maggiormente accomunati dai valori che contano: la capacità di resistere, la solidarietà, il lavoro. In tante persone questi riferimenti sono ancora molto forti. L’aspetto che maggiormente mi preoccupa è quello economico: per tornare come prima ci vorrà tempo».

Siamo ormai nella cosiddetta fase-2: deve ripartire anche il calcio?
«Dal punto di vista medico possono rispondere soltanto i medici, gli esperti. Detto questo, tra la gente al momento non vedo l’ansia di riavere subito le partite, perché le menti di tanti sono rivolte al futuro di famiglie e figli».
Lo conferma il recentissimo sondaggio secondo cui due italiani su tre sono contrari alla ripresa del massimo campionato.
«In questi momenti il calcio viene visto da molti come un bene non essenziale, un passatempo di cui si può fare a meno: la voglia di qualcosa di più leggero, e quindi anche di calcio e di sport in generale, tornerà quando i pensieri saranno un po’ meno cupi».

I migliori anni Marchetti-2

Ecco perché servono ricordi belli: cosa le viene in mente se voliamo all’estate 1988, all’avvio della sua straordinaria avventura con il Piacenza?
«Fu l’inizio di una nuova esperienza, per me. Una scelta convinta, ma i primi tempi non furono per niente facili».

Molte grandi storie sbocciano tra le difficoltà. Come mai, in quel caso?
«La proprietà aveva un nome prestigioso e obiettivi concreti, per cui nei tifosi c’era molta attesa da subito. Ma per raccogliere risultati importanti bisogna aver seminato bene, per cui serve anche pazienza».

Che nel calcio è merce rara.
«Al mio arrivo c’erano tante cose da cambiare: la fortuna di quel Piacenza fu il fatto che nella proprietà c’erano consapevolezza di questo e visione. Dopo che ci ha conosciuto, l’ingegner Garilli ci ha consentito di portare avanti i programmi societari, senza imposizioni ma chiedendo dedizione, serietà e impegno: c’era la convinzione che su queste basi i risultati sarebbero arrivati».

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