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Tatanka, l’operaio del gol. «Ronaldo non era umano, Baggio l’artista delle punizioni. Cannavaro l’ho fregato». Dario Hubner si racconta

Capocannoniere in Serie A con 24 gol nel Piacenza: «Devo ringraziare Novellino e i miei compagni». E sul Divin Codino: «Mi ricordo che al venerdì ci mettevamo tutti lì a guardare lui che le calciava: sembrava di essere in un film, dove noi facevamo play e replay. Su dieci punizioni, nove le metteva al sette».

Dario Hubner con la maglia del Piacenza in Serie A

datei_s-6Dario Hubner è stato uno dei più grandi giocatori ad aver vestito la maglia del Piacenza Calcio. Di certo è l’attaccante ad aver segnato più gol in serie A, con 38 reti. E la storica maglia numero 27 bianca - indossata in un Fiorentina-Piacenza 1-3 del 2 dicembre 2001 - fa bella mostra di sé nel museo biancorosso allestito allo stadio Garilli. È una reliquia a imperitura memoria della grandezza del darione nazionale, giocatore amato e conosciuto in tutta Italia ma che per troppo tempo è rimasto - inspiegabilmente - al di fuori dell’uscio del calcio che conta. Lui vive ancora a Crema, più o meno vicino alle piazze che hanno animato la sua carriera calcistica di bisonte del gol: “Mi sono rimaste tutte nel cuore”, dice a SportPiacenza, “e in ognuna delle città in cui ho giocato, ancora oggi ricevo attestati di stima: questa è una di quelle cose di cui vado più orgoglioso”. Prima dell’arrivo del coronavirus, si apprestava a presentare il suo libro “Mi chiamavano Tatanka” - uscito il 27 febbraio - e allenava L’Accademia Lori, una squadra di ragazzi diversamente abili che prende parte al campionato di Quarta categoria.

Come stai passando la quarantena. Qual è la tua riflessione sul momento?

«Sono a casa dal 22 di febbraio, quella sera rientravo da un torneo con i miei ragazzi della Quarta categoria. La sto vivendo a Crema, dove abito, nel bel mezzo della zona rossa. Esco una volta a settimana per fare la spesa. Ma non è un problema, perché io già normalmente non esco tantissimo. Magari è un po’ pesante l’idea di non poter uscire per imposizione, però bisogna fare così se vogliamo far tornare tutto come prima».

Da poco è uscito “Mi chiamavano Tatanka”. Molti fanno libri quando giocano ancora, tu ne hai fatto uno diversi anni dopo il ritiro. Cosa ti ha convinto?

«A settembre mi ha chiamato un giornalista, Tiziano Marino, che aveva già scritto un libro su un ciclista, Damiano Cunego. Mi ha detto che ero un suo idolo e che voleva fare questo libro su di me. Io di solito non amo le interviste, però mi ha convinto e alla fine è stato bello parlare di quando ero bambino. Mi sono divertito».

Mi chiamavano Tatanka…. da cosa deriva questo soprannome?

«Io soffro un po’ di cifosi e a Cesena mi chiamavano il bisonte per il mio particolare modo di correre. Poi in quegli anni era uscito il film Balla coi Lupi. In una scena, c’è un indiano che parla con Kevin Costner e dice la parola tatanka, che nella loro lingua vuol dire appunto bisonte».

I migliori anni Piacenza Hubner 1-2

Partiamo del giovane Dario Hubner: eri uno di quelli che si vedeva già che sarebbero diventati fenomeni, o sei uno di quelli che si è costruito pezzo dopo pezzo?

«Direi che appartengo alla seconda categoria. Fino a 20 anni giocavo in Prima, andavo al campo per stare con gli amici. Poi, facendo vari tornei in Friuli Venezia Giulia, fui notato dal direttore sportivo del Treviso e da lì iniziò tutto con l’esperienza in C2 e quindi alla Pievigina in serie D. All’epoca era tutto diverso, non era come oggi dove anche in Prima categoria trovi tanti piccoli Sacchi. Non si faceva grande tattica. Il tuo unico scopo era andare alle sette di sera al campo per divertirti».

Eri uno di quelli che andava a letto con il pallone o avevi anche altri interessi?

«Quando vivevo a Trieste, mi piaceva andare al mare per pescare o fare il bagno. Avevo dei passatempi semplici, come quelli degli altri ragazzi. Il calcio però mi è sempre piaciuto. Ci trovavamo in un parcheggio, quattro contro quattro, tre contro tre. Il calcio è bello perché è uno sport povero, basta veramente avere un pallone».

Qual è stato l’allenatore che ti ha cambiato la vita?

«Direi Francesco Guidolin. L’ho avuto a Fano in C1. Arrivavamo da un campionato di C2 vinto un anno prima. Erano i primi anni dove si cominciava a passare dalla difesa a uomo a quella a zona. Io all’epoca facevo l’esterno e i primi movimenti me li ha insegnati lui».

Dario Hubner che faceva l’esterno?

«Eh sì, all’epoca ero scarso tecnicamente però avevo una forza fisica e una velocità impressionanti».

E qual è, invece, l’allenatore che non ha capito proprio niente di Hubner?

«Ho giocato per 18 anni nei professionisti, ho avuto tanti bravi allenatori e tanti altri meno bravi. Ovviamente avevo le mie preferenze, ma non mi piace mettermi a dire: “questo è bravo e quello è scarso”. Diciamo che da ognuno di loro, anche i meno bravi, ho sempre imparato qualcosa».

Parliamo di presidenti, tu ne hai avuti diversi… da Edmeo Lugaresi a Luigi Corioni e Fabrizio Garilli. Che ricordi hai di loro?

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«Più che presidenti, erano persone a cui volevo bene. Per me, sia Corioni che Lugaresi sono stati dei secondi genitori. Mentre Fabrizio era più giovane, diciamo che era come uno zio. O comunque una persona verso la quale nutrivo un sentimento di amicizia e di stima».

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