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Piacenza - I playoff rimangono l'obiettivo - 1

Piacenza - I playoff rimangono l'obiettivo - 1

Piacenza - I playoff rimangono l'obiettivo

La sconfitta d'Inveruno ha fatto masticare amaro. Forse più di altre volte perché il Piacenza, per tutta la stagione, è sempre stato così: si è sfaldato appena prima di fare il salto di qualità. Il filotto di risultati utili aveva fatto ben...

La sconfitta d'Inveruno ha fatto masticare amaro. Forse più di altre volte perché il Piacenza, per tutta la stagione, è sempre stato così: si è sfaldato appena prima di fare il salto di qualità. Il filotto di risultati utili aveva fatto ben sperare, ed era lecito aspettarsi una buona performance, invece sono riemersi tutti i limiti di una squadra che non ha mai saputo esprimersi al massimo delle sue potenzialità. Di problemi caratteriali si è già detto abbastanza, ci si è però spesso dimenticati di come forse, questo Piacenza, non sia in grado di offrire di meglio anche a livello tecnico e sul piano fisico e atletico la situazione non è migliore, con la squadra che in stagione non ha praticamente mai brillato per intensità.

STRUTTURA - Il problema è anzitutto strutturale. Il Piacenza non ha giocatori scarsi, forse nemmeno uno, la questione è che questa squadra ha lacune d'organico evidenti. La partita di domenica ha evidenziato questo dato di fatto come mai prima d'ora: confrontando l'undici titolare dell'Inveruno e quello del Piacenza, davvero non si capisce come mai i primi abbiano sette punti in più dei biancorossi e non viceversa. Eppure una volta iniziata la gara lo si è capito benissimo il perché. I milanesi sono una squadra amalgamata, dotata di due-tre individualità di qualità clamorosa circondate da elementi solo discreti, ma congeniali al gioco di mister Gatti, fatto di pressing alto, ripartenze veloci e cose semplici in velocità. A mancare, in casa biancorossa, è soprattutto qualità in mezzo, quella che Lazzaro riesce a dare ai suoi, sia nei calci piazzati che alla manovra. Tacchinardi, Orlandini e Pignat sono eccellenti interditori, tra i migliori della categoria, ma non hanno le caratteristiche del playmaker. Così il possesso palla latita, la difesa è sotto pressione e il super attacco non è mai in condizione di sprigionare tutto il suo potenziale a causa dei pochi rifornimenti. Non solo questo però, il Piacenza non ha, Benedetti e Rossi esclusi, terzini di ruolo. Chi gioca in questa posizione è adattato (vedi Sgariboldi, Milani e Sanashvili), o comunque ha sempre fatto altri ruoli. Viali quindi, che sicuramente qualche errore lo ha commesso, è regolarmente costretto a far giocare la squadra in un modo che non gli appartiene, dovendo continuamente adattare giocatori a ruoli inconsueti, da qui ne conseguono le sue difficoltà a trovare il bandolo della matassa.

COLPEVOLI? – A questo punto però preme sottolineare una cosa: provare a delineare un colpevole per una annata al di sotto delle aspettative è difficile, ed esercizio poco proficuo. Lo è essenzialmente perché errori ne sono stati commessi tanti, e in molti avrebbero la propria dose di mea culpa da espiare. D’altronde errare è umano, soprattutto quando una società nuova, come lo è il Piacenza dei fratelli Gatti, si affaccia per la prima volta in un campionato complicato e misconosciuto come lo è la serie D. Errori o non errori, l’impegno non è mancato, i sacrifici economici pure, a questo punto bisogna anche accettare il fatto che ci siano annate che nascono male: è capitato alla Juventus, può capitare anche al Piacenza. Pani e Cortesi (per dirne due tra i tanti) hanno sì deluso, ma è anche vero che tutto l’ambiente credeva ciecamente in questi giocatori. E del resto, anche gli altri arrivati successivamente, erano tutti calciatori di livello per la categoria. La cosa veramente utile a questo punto è capire dove si è sbagliato, e non tanto chi ha sbagliato. E la società in questo senso, contattando un Ds esperto come Bottazzi in vista del prossimo campionato, ha dimostrato di avere ben chiaro come muoversi e di volerlo fare bene. Oltretutto, tornando ai dettami del progetto originario, si parlava di serie C in tre anni. Ciò renderebbe questo un anno di transizione e, volendo guardare la cosa sotto un’altra prospettiva, centrare, da neopromossa, una robusta qualificazione ai play off non sarebbe poi un risultato da disprezzare (ammesso che ci si riesca).

NON E’ FINITA – Ricordiamo inoltre che la stagione non è affatto conclusa. I play off sono lì, a portata di mano, e disputarli in modo brillante vorrebbe dire acquisire una posizione di favore nella lista dei ripescaggi, lista dalla quale la Lega ha sempre pescato a piene mani. E’ poi grottesca la situazione di questa serie D: in molti infatti, tra le squadre di testa, evitano la C come la peste. A mancare sono le strutture in primis, e in molti casi anche le coperture finanziarie per poter disputare un campionato molto dispendioso in tal senso. E’ emblematico come il Presidente dell’Inveruno, dopo la gara di domenica scorsa e con i suoi a -5 dalla capolista, abbia tenuto a sottolineare ai microfoni di una radio locale che la “serie C non è il nostro obiettivo”. Questa frase potrebbe essere copiata e incollata anche per molte realtà simili a quella milanese, di tutti i nove gironi della serie D. Basti pensare che lo scorso anno, pur essendo la ormai vecchia Lega Pro 2 un campionato meno dispendioso della prossima C unica, la Lega abbia dovuto scorrere la graduatoria di merito fino al diciassettesimo posto occupato dal Foggia (arrivato quinto in campionato) per completare gli organici.
Marcello Astorri

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