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Venerdì, 1 Marzo 2024
Piacenza Calcio

«Per me marcare gente come Del Piero, Baggio o Ronaldo era una sfida personale». Cleto Polonia racconta il suo Piacenza

Bandiera biancorossa, dove ha giocato per 7 stagioni collezionando 188 partite, ha formato insieme a Lucci e Maccoppi un reparto difensivo eccellente. «Si viveva in battaglia per 9 mesi. Mino leggeva le azioni, io e Bobo eravamo sugli attaccanti con marcature feroci. Ho sempre amato l’intensità». Cletomania

Stiamo diventando troppo seri. Domanda comune a tutti e tutti mi rispondete allo stesso modo: Scuola Calcio o altro?
«La Scuola Calcio è la rovina di molti ragazzi».

Dicci.
«Io nasco con ore e ore di pallone all’aria aperta, nei campi, tornei estivi a non finire. Diciamo che ai miei tempi non c’era tutto quello che c’è adesso. Casa mia era in un paesino di montagna: avevi il pallone e nient’altro».

E improvvisamente arriva la Serie A.
«Sono stato 6 anni alla Triestina, nelle giovanili e in prima squadra. Nel 1990, nell’anno dei Mondiali in Italia, faccio il militare CAR a Barletta e poi vado al Verona. C’era Eugenio Fascetti a quel tempo e nel giro di due stagioni arriviamo in Serie A».

Raccontaci di Fascetti
«Un personaggio unico, piuttosto burbero. Un conoscitore del calcio. All’inizio con lui faticai parecchio, mi lasciava in panchina e mi arrabbiavo molto. Ho sempre voluto giocare. Pian piano col passare delle partite mi dava più spazio finché a un certo punto non mi toglieva più. Uno uomo con una grande cultura del lavoro».

Dopodiché arrivi a Piacenza.
«Nel 1992-1993 feci l’ultimo anno a Verona con Edy Reja, in Serie B, nell’anno della promozione dei biancorossi, giocai proprio contro il Piacenza. Per intenderci, quella del gol di tacco di Totò De Vitis. Mamma mia che rete. A Verona c’era aria di dismissioni, Marchetti lo avevo già avuto come direttore sportivo a Trieste e quindi mi conosceva. Molto semplicemente mi arrivò questa telefonata, sul piatto c’era la Serie A. Certo il Piacenza a quel tempo poteva essere una meteora in Serie A, non fu così, ma lo si poteva pensare. Nonostante ciò fui convinto della bontà del progetto e arrivai da voi, tra lo stupore generale, come primo rinforzo ufficiale per la Serie A».

Per curiosità, dove ti portò Marchetti per concludere l’accordo?
«In un ristorante a Grazzano Visconti. C’eravamo io, lui e mio padre».

Cosa ti ricorda Gian Pietro Marchetti?
«Ti posso confermare che è una gran persona, con dei valori molto saldi, non a caso quando il calcio è iniziato a cambiare veramente lui si è tolto da questo mondo. Oltre a essere un profondo conoscitore di questo sport. Sapeva far tornare i conti».

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Ce l’avrà pure un difetto?
«Diciamo che aveva il “braccino” corto». Si ride.

Dico Piacenza, cosa rispondi?
«Che è la mia vita. Per anni di militanza non ho mai giocato così a lungo in un club. Poi c’è tutto il resto. La verità è che un giocatore per rendere al meglio deve trovare tutta una serie di aspetti positivi: la società, la dirigenza, i compagni e il tecnico, il progetto, la città e i tifosi. A Piacenza trovai tutto questo. E’ vero, sembra banale e in molti l’hanno già detto, ma noi eravamo semplicemente una famiglia e finché siamo rimasti tutti lì i risultati sono sempre arrivati. Cioè, quella Serie A era il centro del mondo. Poi pian piano col passare degli anni si rivoluzionò fino ad arrivare all’era di Novellino dove quei valori si persero e il Piacenza divenne più “commerciale”».

Cagni?
«Eh, domanda mica facile. Appena arrivato a Piacenza, al terzo giorno di ritiro mi dissi “cavolo quanto è bravo questo” e avevo avuto Fascetti e Reja in precedenza, mica due a caso. Gigi aveva il pregio di tirare fuori il meglio da ogni giocatore e lo riusciva a fare con tutti. I primi due mesi furono davvero duri, non riuscivo nemmeno a camminare, stavo soffrendo il cambio di metodologia di lavoro. Lui mi diceva sempre “tieni duro Cleto, vedrai che i risultati arriveranno”. Ho tenuto duro».

E il passaggio con Bortolo Mutti?
«Mutti è una brava persona ma in tutta sincerità posso dirti che il cambio fu uno chock tanto che per un attimo pensai di andare. Fu un anno particolare sfociato nello spareggio di Napoli contro il Cagliari, conquistammo una grande salvezza perché i sardi erano davvero uno squadrone però devo dire che quell’annata venne salvata soprattutto dallo spogliatoio che c’era. E’ vero che non era facile per noi, venendo dal calcio di Cagni, adattarci a tipo di lavoro di Mutti però sono venuti fuori gli uomini che formavano quello spogliatoio».

Più forte il Piacenza di Guerini o quello di Materazzi?
«Per me è facile risponderti quello di Materazzi. Con Guerini mi trovai bene, a differenza di altri, però dopo pochi mesi feci male al ginocchio e non rientrai praticamente più in quella stagione».

E su quello di Materazzi?
«Onestamente potevamo fare di più perché forse quella è stata la rosa più forte di quegli anni, c’era qualità e gente giusta. La vecchia guardia era maturata molto e andava col pilota automatico, ci fu l’esplosione di Simone Inzaghi eppure faticammo per salvarci. Esteticamente eravamo belli ma non altrettanto concreti».

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