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Parla il capitano. Totò De Vitis: «La favola Piacenza nasceva da una società perfetta. Tutti conoscevano il proprio limite»

Il bomber biancorosso per eccellenza si apre alla nostra rubrica. «Il gol di tacco al Verona? Fidati, fui fortunato» mentre sui tifosi della Cremonese: «Mi auguravano la morte, gli infilai una doppietta». E ancora: «Pippo Inzaghi non ha studiato alla mia scuola, aveva l’istinto del gol che è innato per un attaccante di razza».

Qui sopra un primo piano di Antonio De Vitis. A pagina 1 Totò, a sinistra, con Iacobelli e Mino Lucci e poi durante una delle cene del CCCB con Piva, Iacobelli, Brischi e Pinotti. A pagina 2 con Turrini e Ferazzoli durante una partita delle vecchie glorie, sullo sfondo Piovani e Taibi, poi con il mitico segretario Gianni Rubini e il bomber Pippo Inzaghi. A pagina 3 l’indimenticabile trenino per la promozione in A del 1995, De Vitis guida la carovana e sotto ancora in una partita delle vecchie glorie con Simonini, il Pio e Chiti.

Ce ne sono stati diversi e ce ne saranno molti altri ancora nella storia. Lui però è unico. Il Capitano per eccellenza, quello con la maiuscola, quello della “cazzimma” nello spogliatoio - «perché così si vincono i derby» ci raccontò Piovani -, quello del «mai un gesto fuori posto» ci ha spiegato Brioschi.
Totò è il totem dei tifosi piacentini, forse l’unico in grado di sfidare Piovani e Moretti nell’applausometro del popolo biancorosso. Si è guadagnato tutto questo a suon di gol - «quello col Verona? Bello ma fortunato» - perché attenzione, c’è una grossa differenza tra leadership e comando, il primo è innato come l’istinto del gol mentre il secondo viene assegnato. Sono in pochi come Totò, ad avere cioè il potere di fermare il tempo e far riemergere le memorie dei tifosi, di un calcio che fu, di un tempo che abbiamo amato ognuno con la propria età. Chi scrive, ad esempio, era appena adolescente e si ricorda le ore e ore passate con la bici sotto casa sua, dietro al Bar Madison, ai tempi del primo anno di A. Solo per un autografo.
Totò è Totò. La poesia “O Capitano! mio Capitano!” di Walt Whitman sembra scritta apposta per questo viaggio. E’ proprio vero, quel Piacenza rimarrà un meccanismo perfettamente irripetibile. Più unico che raro.
«Non c’erano trucchi. E’ semplice, tutto partiva dall’alto, dalla società. Lo spogliatoio non era altro che la rappresentazione di quello che voleva il Piacenza Calcio. Il nostro piccolo segreto, forse, stava nel fatto che ognuno conosceva i limiti dell’altro e non li invadeva». Totò De Vitis.

Perché il Totò bambino si avvicina al calcio nella Lecce di fine anni ’60?
«Perché c’era solo quello. Tutti i bambini giocavano a pallone, o in strada o nei campetti, mentre in estate c’erano i tornei. Il mio approccio al calcio è stato quello».

I migliori anni De Vitis 4-2

Scuola Calcio nemmeno vista?
«Macché. Entrai a 12 anni nelle giovanili di una squadra dilettantistica».

Feeling col gol fin da subito?
«Diciamo che da bambino fai e giochi in tutti i ruoli, non importa molto. Poi, col passare del tempo, attorno ai 12 anni ho provato un amore particolare nel giocare lì davanti. Di gol ne ho sempre fatti abbastanza. E’ un istinto innato per gli attaccanti e nessuno ha studiato alla mia scuola».

Ti riferisci alla famosa Scuola De Vitis?
«Esatto».

Poi ci arriviamo. Rimaniamo negli anni ’80 ancora per un po’: arrivi a Napoli, settore giovanile dopodiché ti trovi catapultato in Serie A.
«Diciamo che mi ritrovai in Serie A per giocare una partita e per caso, nel senso che a quel tempo eravamo in tre o quattro, tra cui Iacobelli, della Primavera che ci allenavamo con la prima squadra. L’ultima domenica di campionato andai in panchina e a un certo punto, contro il Genoa, mi mandarono in campo. Onestamente il mio esordio in A avvenne per una serie di fortunati eventi, diciamolo pure».

I migliori anni De Vitis 2-2

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Ma che Napoli, però. A parte Carannante, che ritroverai a Piacenza, in quella squadra c’erano Diaz e, soprattutto Ruud Krol. Parliamo di uno che ha vinto 3 Coppe dei Campioni, due argenti al Mondiale ed era considerato una colonna dell’Ajax di Cruijff.
«Kroll era un giocatore letteralmente pazzesco. A parte il fatto che arrivava al campo di allenamento 2 ore prima degli altri e se ne andava via 2 ore dopo, questo giusto per farti capire la mentalità di alcuni campioni. Di suo poi era proprio fortissimo, fisicamente dotato, grande intelligenza tattica. Rudd Kroll posso dirti che iniziò a cambiare il Napoli che poi vincerà tanto alla fine di quel decennio».

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