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Lo scatto di Rummenigge, la classe di Platini e la potenza di Matthaus. La vita di Stefano Maccoppi: «Van Basten lo ammiravi, Scirea era elegante».

Bobo ha attraversato due decenni fantastici tra amici del cuore «Gaetano e Borgonovo me li porto dentro» e battaglie epiche «a Diaz ho dovuto chiedergli scusa. Ridle una volta mi ha fatto impazzire». E poi gli aneddoti: «Al corso allenatori Pruzzo mi urlò “pure qui mi meni”, quanto ho riso».

A sinistra un giovanissimo Stefano Maccoppi con il suo grande amico, Stefano Borgonovo. Sotto, a pagina 1, 2 e 3, Bobo con Lucci, la maglia di Scirea e mentre marca Rummenigge, Van Basten, Baggio e Vialli.

datei_s-6Che storia. Chissà cosa mangiavano nella zona Nord di Milano. Cusano Milanino, Cernusco sul Naviglio, hinterland meneghino. Trapattoni, Scirea, Collovati, Maldera, «ed io, davvero non lo so cosa ci davano da mangiare».
Io - cioè lui - è Stefano Maccoppi, al secolo Bobo. Ha scritto pagine di storia con la maglia del Piacenza - «cosa dire di quella mitica sera del 13 giugno 1993? Che fu semplicemente magica. Il rientro a Parma, l’Ingegnere che ci fa fretta mentre ceniamo perché lo stadio è stracolmo di gente che ci aspetta. Già, i migliori anni proprio».
Alt Bobo. Qui parliamo di Piacenza, ma dietro a Stefano Maccoppi, classe 1962, c’è una carriera pazzesca. Cioè tu sei il fratello maggiore di Stefano Borgonovo. Tu sei l’amico del cuore che raggiunge Scirea in Serie A, il centro della luce per tutti i difensori. «Baresi ha cambiato il nostro ruolo, ma Gaetano era Gaetano. Aveva una classe pazzesca, però ricordati che da bambini il fratello era più forte».
Alt alt. Andiamo con ordine perché qui dobbiamo attraversare due decenni, l’epoca d’oro del nostro calcio. Maccoppi e Lucci hanno formato una delle coppie difensive più belle della storia biancorossa ma anche dei ’90 - «è vero ci intendevamo con uno sguardo» - e amate dai tifosi. Telefonato a Mino, di conseguenza non potevamo chiamare il gemello Bobo. Sono il Castore e Polluce della nostra mitologia.

I migliori anni Maccoppi e Lucci-2

Piacenza, già. Partiamo con una riflessione sul momento?
«Abito dietro all’Ospedale e c’è stato un periodo che sentivo partire le ambulanze ogni quarto d’ora, davvero angosciante, non avrei mai pensato di vivere un momento del genere. La speranza è che una volta finito tutto l’uomo faccia un esame di coscienza e magari inizi anche rispettare di più l’ambiente in cui vive. Il virus assomiglia molto a un monito della natura che ci chiede di trattarla meglio».

Partiamo dagli esordi in Serie A. Sei a Como e arriva la Juventus di Platini. Com’era Le Roi?
«Bellissimo da vedere soprattutto per me che in fondo in fondo ho sempre simpatizzato per la Juventus. Su Platini ho diversi ricordi però quello che preferisco è legato a una gara giocata a Torino, Juve-Como. A un certo punto Aldo Serena non riesce a controllare un pallone, io mi fiondo in anticipo e mi scontro con Pioli. Fallo. Mentre io e Pioli siamo a terra e ci diamo la mano a vicenda per rialzarci si avvicina Platini, guarda Pioli, e con grande calma gli dice “ehi Stefano non preoccuparti, se sei in difficoltà tu passa il pallone a me anche se ne ho addosso tre o quattro. Dalla a me, non devi sbagliare tu, poi ci penso io a risolvere la situazione”. Ancora oggi quando ci ripenso mi dico: che spettacolo».

C’è un altro giocatore che ci interessa molto: Laudrup?
«Una forza fisica incredibile, per me da quel punto di vista era quasi come Rummenigge. Quasi eh, il tedesco sul piano della potenza era un mostro. Laudrup però aveva una gran forza e sapeva abbinarla a una tecnica sopraffina e a una grande intelligenza. Era davvero molto estroso anche se dalle mie parti ci passava poco perché io ero più concentrato su Pablito Rossi, Serena o Altobelli. Una cosa che mi ricordo di Laudrup è che non parlava mai, ma mai mai. Penso di non aver mai sentito la sua voce».

I migliori anni la maglia di Scirea-2

Se dico Gaetano Scirea?
«Abitavamo vicini da piccoli, in quella zona milanese sono nati anche Collovati, Trapattoni e Maldera».

Scusa cosa mangiavate da piccoli nell’hinterland milanese?
«Ahh non lo so però che bella batteria di difensori, mica male davvero. A pensarci bene mangiavamo pane e calcio. Nient’altro».

Si diceva di Scirea.
«Quante partite da piccoli al campetto. Io stavo in via Tiziano, lui in via 25 aprile, vicinissimi ma quartieri differenti e quindi da bambini si giocava sempre noi contro di loro. No so davvero quante volte ci siamo sfidati lì all’Oratorio o al campo giochi. Occhio però che il fratello di Gaetano era più forte, almeno a quell’età, poi lui andò all’Atalanta e da lì è iniziata una delle carriere più belle che si siano mai viste. Scudetti, Coppe, il Mundial ’82».

Conservi ricordi splendidi.
«Io ero ancora giovane, i nostri genitori lavoravano alla Pirelli. Un giorno vedo la maglia dell’Ajax stesa sul balcone, ci aveva appena giocato contro. Mi ricordo benissimo che gli dissi se poteva farmela toccare, per me quella maglietta era mitologica».

E arriva l’esordio. Cosa accade quel giorno?
«Esatto, che momento memorabile. Faccio l’esordio in A proprio contro la Juventus di Scirea, si perse 1-0. Lui a fine partita mi aspettò nel tunnel per abbracciarmi e disse “sapevo che un giorno saresti arrivato”. Come tutti i campioni Scirea aveva una dote che veniva prima della bravura col pallone, cioè l’umanità. Un ragazzo umile che porterò per sempre nel mio cuore».

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Alziamo di un po’ l’umore dai. Pasquale Bruno era davvero così cattivo?
«Più che cattivo era semplicemente il fatto che per lui non c’era alcuna differenza tra partita e allenamento. A quei tempi i difensori menavano, vero, lui era un “animale” da questo punto di vista ma attenzione perché era anche un bel giocatore. Un giorno, lì al Como, mi chiama il direttore sportivo Vitali e dice “senti Bobo puoi andare a Linate a prendere Bruno che l’abbiamo appena comprato”. Io vado a Linate e dopo un po’ mi arriva davanti questo personaggio: zoccoli, pantaloncini, canotta e una busta di plastica in mano. E’ Bruno. Gli chiedo dove avesse la valigia. Risposta: “il necessario è in questa busta, spazzolino e la mutanda”. Dopo due mesi girava in giacca e cravatta».

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