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Martedì, 30 Novembre 2021
Piacenza Calcio

Il baffo, il sogno e il grande incubo. Cagni: «Nel mio Piacenza tutti erano importanti. Col Cesena la partita perfetta».

Nella nostra rubrica dei Migliori Anni del Piace non poteva mancare il comandante che ci portò in Serie A. «Nel 94’ dopo Milan-Reggiana tirai un pugno sul volante dell’auto ma poi mi telefonò l’Ingegnere». E quella volta a San Siro con Maldini, Baresi e Desailly…

Con l’ingegner Leonardo Garilli iniziò in modo… inconsueto.

«Al primo incontro mi rifilò un cazzotto in mezzo al petto perché avevo le mani in tasca, ma mi spiegarono subito “Quando fa così, vuol dire che gli piaci”. Prima dell’aspetto tecnico, valutava quello umano. Durante il campionato arrivava al sabato, dopo l’allenamento, e mi chiedeva come stavano i ragazzi ma poi parlavamo di tutt’altro. O meglio: lui parlava e io, più che altro, ascoltavo. Qualche anno dopo mi sentivo quasi il terzo figlio dell’ingegnere: è l’uomo di calcio che mi ha dato di più a livello di cultura, conoscenza e valori».

Subito vittoria del campionato 1990/91 e promozione in B, salvezza l’anno successivo e poi l’indimenticabile cavalcata verso la serie A della stagione 1992/93. Come fu l’impatto con il campionato più bello del mondo, non molte settimane dopo?

«Ricordo che quando vidi per la prima volta da vicino Gullit mi sembrò che le sue cosce fossero il doppio di quelle dei nostri. Sensazioni simili la prima volta a San Siro contro il Milan. Sentimmo i tacchetti dei rossoneri e poi vedemmo arrivare uno dopo l’altro Maldini, Desailly, Baresi e tutti gli altri. Ci sembrarono enormi. Piovani mi guardò e in dialetto bresciano mi disse “Dove cavolo andiamo, mister?” - l’espressione fu decisamente più colorita - e io gli risposi: “Dentro al campo, e poi vediamo!”. Ma in realtà non avevamo paura di nessuno, perché eravamo un gruppo eccezionale e facemmo un buonissimo campionato».

E anche una sorprendente Coppa Italia, eliminando proprio i futuri campioni d’Europa. E sempre il Milan, però, quel maledetto primo maggio 1994…

«Il Milan non c’entra: erano convinti di non perdere anche imbottiti di riserve, con Baresi e Costacurta a ossigenarsi in montagna. Per quelle che sono le leggi non scritte del calcio sarebbe stato giusto lasciare la decisione finale sulla salvezza allo spareggio, ma la realtà è che la Reggiana sapeva perfettamente che lo spareggio contro di noi l’avrebbe perso».

migliori anni Piacenza Gigi Cagni 4-2

Ricordo il suo viso scuro, ripreso da 90esimo minuto, mentre usciva da San Siro prima che finisse la partita.

«Ero lì con mia moglie e mio figlio, e quando sentii per radio il risultato finale, per la rabbia, diedi un cazzotto al volante della macchina. Un minuto dopo mi chiamò il presidente e mi suggerì di non dire una parola, aggiungendo “L’anno prossimo tornerà dal Verona Filippo Inzaghi e vinceremo il campionato”: questo era l’ingegner Garilli».

Previsione che si verificò in pieno, e fu di nuovo serie A. A chi assegnerebbe gli Oscar dei migliori mister e dei più forti calciatori contro cui il Piacenza ha giocato in quegli anni?

«Tra i colleghi ti direi Boskov, per quanto ha dimostrato in tutta la sua carriera, e Mondonico, acerrimo rivale del Piacenza ma tecnico davvero forte: era l’allenatore che leggeva meglio la partita. Per i calciatori, invece, è assolutamente impossibile! In quegli anni le nostre squadre erano imbottite di campioni e di nazionali, vincevano a ripetizione anche le coppe europee. Pensa solo a Bergomi, a Conte, a Baggio… E c’erano grandissime personalità in ogni squadra di A».

Eppure vi siete tolti tante soddisfazioni, dando anche spettacolo. Che mi dice di Piacenza-Foggia 5-4?

«Che mi fece anche arrabbiare parecchio».

Per i 4 gol presi?

«No, perché quel giorno con Turrini e Piovani sulle fasce e Ferrante perfetto a far gioco di sponda doveva finire 6-0! Sul 3-1 invece ci siamo messi a fare i cretini, rischiando di pareggiarla».

migliori anni Piacenza Gigi Cagni 5-2

C’è stata una partita perfetta?

«Sì, ma in B. Stagione 1992/93, Cesena-Piacenza 0-1. Ho fatto 90’ senza dire una parola dalla panchina. Se anche avessi perso non me ne sarebbe fregato nulla. Vincemmo grazie a un gol Papais che arrivò a tempo scaduto, ma quel giorno avremo tirato in porta una ventina di volte. Sembrava la playstation».

I big del Piacenza di quegli anni – da Piovani a Moretti, da De Vitis a Turrini, da Lucci a Maccoppi, e l’elenco sarebbe lungo – sono rimasti nel cuore di tutti, ma quel gruppo era forte anche perché tutti si sentivano importanti.

«Vero. Pensa a Simonini: era arrivato con la fama di goleador, ma giocava poco  e doveva sopportare questa situazione. Un giorno l’ho preso da parte e gli ho detto “Tu mi farai vincere il campionato”. E puntualmente accadde».
 
Ogni piacentino ricorda quello storico gol del 13 giugno 1993 a Cosenza.

«Vinci i campionati anche per queste persone, e chi giocava più spesso lo sa. In altre piazze è stato diverso, ma da mister a Piacenza non ebbi mai troppi problemi con i giocatori: davo loro regole ferree, ma inserite in un rapporto di fiducia con loro».
Regole e rispetto del calcio che fu.
«Nel giro di tre anni disponevo di un gruppo di “anziani” che metteva subito in riga i nuovi arrivi, un po’ come succedeva quando giocavo  io: gli ex giovani di allora ancora ringraziano i vecchi di quando arrivarono in biancorosso, che per me sono stati come dei vice. A De Vitis, Maccoppi (che era stato mio compagno di squadra), Turrini e Di Fabio, per fare qualche nome, chiedevo solo che in pubblico non mi dessero del tu e soprattutto che non mi chiamassero Gigi, perché sarebbe stato troppo confidenziale»

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