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Piacenza Calcio

Don Giuseppe, la corsa sotto il Rettilineo e una vita come nelle favole. Piovani: «Piacenza è il mio cuore».

JPP: «Giocherei per voi anche a 52 anni. Marchetti e Quartini gli artefici del miracolo. Leonardo persona unica, Cagni il condottiero. L’unico cruccio è non aver salutato il pubblico come volevo io». Il Pio ci racconta tutto: «Papais invecchiò tre anni in un colpo solo, lui e Suppa correvano per quattro».

E da Cagni?
«L’esperienza».

E di nuovo Brescia a fine anni 90’ dove c’era Corini che ritroverai a Piacenza
«A Brescia fece bene mentre a Piacenza non partì benissimo nonostante arrivasse come un top player. La svolta ci fu quando Cagni decise che Corini e Moretti potevano giocare insieme. Si diceva che non era possibile perché il Moro difendeva poco e Corini correva meno. Cagni riuscì a metterli insieme, da lì si svoltò».

Stai iniziando a inserire troppe volte il Piacenza. Dai, riscaldamento finito. Possiamo partire.
«Quando passai dal Cagliari al Brescia in realtà ero ancora in età di Primavera con allenatore Cagni. Un giorno mi disse “c’è la possibilità che io vada al Piacenza, ti piacerebbe seguirmi”. La storia tra me il biancorosso nasce così».

Si parla sempre di Cagni e di Garilli, tuttavia quel Piacenza aveva un capo cantiere eccezionale. Un direttore d’orchestra unico. Il ds Gianpietro Marchetti.
«E’ proprio vero. Chiaramente Leonardo Garilli va sempre messo davanti a tutti e tutto, però Marchetti è stato uno dei principali artefici di quel miracolo. Sbagliava poco o nulla in sede di mercato e Cagni si fidava ciecamente. Gli diceva cosa aveva bisogno e lui lo trovava. In particolare si fiondava sempre su calciatori che arrivavano da un infortunio, penso a De Vitis, o in cerca di rilancio. Fammi però ricordare anche il ragionier Quartini, altra pietra angolare che costruì quel Piace».

I migliori anni Piovani 2-2-2

Averne oggi di profondi conoscitori del calcio come Marchetti.
«Non sbagliava un colpo. Attaccanti e portieri erano il suo pezzo forte ma penso anche ai centrocampisti. Lui aveva un trucco: cambiava 3 o al massimo 4 giocatori a stagione. E’ il modo per mantenere l’ossatura e ottimizzare l’inserimento dei nuovi arrivati. Se ne cambi sempre dieci fai più fatica».

C’è un “e..” nel discorso?
«Se non l’avessero mandato via probabilmente oggi, a 52 anni, io sarei ancora in campo col Piacenza. Personaggio meraviglioso, con lui e Cagni ci parlavamo in dialetto bresciano. Se le cose andavano male veniva al campo per aiutarci nelle difficoltà cercando di infondere calma ed equilibrio. Se le cose andavano particolarmente bene allora ci spronava tenendoci sulla corda».

Lucci ha detto: “Cagni ha indicato a tutti noi la via”. Concordi?
«Mino ha ragione. Per tutti noi Cagni è stato il punto di partenza. Abbiamo vissuto cinque anni di grandi soddisfazioni e un’atroce delusione, San Siro nel 1994, di cui si è già detto tutto. Cagni e Garilli mi hanno insegnato tanto».

Parlaci del tuo rapporto con l’Ingegnere.
«Sani schiaffi anche qui. Arrivavo al campo e gli dicevo “buongiorno Ingegnere” e giù uno schiaffo. Gli chiedevo “perché? Non ho ancora fatto nulla” e lui sorridendo mi rispondeva “è preventivo, so che tanto la cavolata la farai”. Mi ricordo ancora quando mi convocò nel suo ufficio un paio di settimane prima del mio matrimonio: pensavo volesse parlarmi del rinnovo e invece mi diede dei consigli paterni su come affrontare quel grande passo. “Devi essere serio perché ora ti stai creando la famiglia”. Apprezzai davvero tanto quella chiacchierata e la porto dentro di me. E’ questo il motivo per cui Marchetti cambiava pochissimo le squadre, perché eravamo una famiglia».

Possiamo dire che questo spirito “da famiglia” lo si respira nel Sassuolo? In fondo, non a caso, lì ci siete tu, Totò e il Turro.
«Eh già, hai proprio ragione. Squinzi era una persona molto simile all’Ingegnere e anche oggi, che non c’è più, il Sassuolo è così. Pensa che noi del Calcio Femminile ci alleniamo nel campo adiacente a quello della squadra di Serie A. Non è una cosa scontata. Si è formata una bella empatia. De Vitis è uno degli osservatori più importanti, Turrini guida la Primavera, io il Calcio Femminile».

Se dico Cosenza?
«Rispondo che è la città più bella d’Italia».

Oddio.
«Almeno lo era per me il 13 giugno 1993».

Se dico Serie A?
«A Cosenza fu un giorno indimenticabile per tutti noi, si aprivano le porte della A. Io l’avevo vista in qualche gara col Brescia, altri l’avevano già fatta, altri non pensavano di poterci arrivare. Eravamo piccoli e improvvisamente siamo diventati grandi in un colpo. Siamo cresciuti tutti insieme: noi calciatori, società, tifosi e anche voi giornalisti. Tutti valori che si sono persi quando è andato via Marchetti. Il primo anno di A l’abbiamo vissuto con un grande entusiasmo, passammo da 2mila a 9mila abbonati e lo stadio quasi sempre pieno, stracolmo contro le big. Io mi allenavo a 100 all’ora in quel periodo».

I migliori anni Piovani 4-2

Che significato ha per te essere la bandiera di un club?
«E’ la soddisfazione migliore che possa avere. Però attenzione, non è una soddisfazione per ciò che ho fatto, piuttosto la è perché i piacentini mi hanno fatto sentire il loro affetto. Nel calcio esistono alti e bassi, io a Piacenza ho fatto stagioni belle e meno belle, tuttavia l’opinione nei miei confronti non è mai cambiata. I miei figli Jacopo e Mattia sono nati lì, mi sono sposato quando ero a Piacenza, con voi ho un legame speciale ecco perché la mia porta, per il Piace, sarà sempre aperta».

Diciamocelo: quella corsa sotto il Rettilineo/Distinti nel riscaldamento è storia.
«Mi serviva la carica del pubblico per rendere di più, per questo la facevo. Poi, col passare delle partite, ho capito che gasava anche lo stadio. A un certo punto serviva a me e serviva a loro. Era un momento bellissimo con il Galleana pieno. Io prendevo energia dal pubblico e al tempo stesso davo a loro la mia».

Dai, mitragliata di nomi. Avversario più forte?
«Senza dubbio Roberto Baggio».

A cui ti lega una bella amicizia.
«Sì, ho avuto la fortuna di conoscerlo al corso per allenatori e ho scoperto una persona squisita. Ci sentiamo spesso. Roby è una persona umile, è il suo bello. All’apparenza sembra uno chiuso ma è tutto il contrario. In campo cosa vuoi che ti dica? Gli ho visto fare cose da extraterrestre. Ci metto anche Maradona che affrontai nel mio esordio in A con il Brescia. Lui era unico».

Quello che ti picchiava di più?
«Pasquale Bruno. Non capiva mai le mie finte, io sterzavo e lui andando dritto mi centrava».

Il miglior difensore che hai affrontato?
«Ciro Ferrara il più forte. Corretto e leale in campo, cercava sempre l’anticipo e spesso lo otteneva. Devo dire che il quel periodo i difensori erano puniti direttamente con il cartellino rosso alla prima entrata da dietro e questo forse lo rendeva più “gentile”».

Weah?
«Una forza della natura».

R9?
«Doppia forza della natura, davvero incredibile».

Zidane?
«Fantastico. Arrivò in Italia che gli mancava la continuità nella partita che ovviamente trovò nella Juventus».

Shevchenko?
«Attaccante molto particolare. Aveva le movenze e la tipologia di gioco di un centrocampista, allo stesso tempo tremendamente letale in area. Questo lo rendeva un centravanti completo, da ultimi metri se serviva o da manovra fuori dall’area di rigore».

I migliori anni Piovani 7-3

Baresi?
«L’ho affrontato parecchie volte e ti dirò, era un giocatore molto corretto. Chiaramente duro, come tutti i difensori di quel periodo anche perché capitano del Milan e doveva dare l’esempio».

Polonia? Gran difensore.
«Sono d’accordo. Mamma mia che difesa. C’era Mino Lucci a cui piaceva giocare il pallone, Bobo Maccoppi usava molto la testa e il fisico, Cleto completava il tutto perché rapido, duro, sempre sul pezzo».

Moretti ci ha detto che Vierchowod giocava le partitelle di allenamento in attacco.
«Confermo. E aggiungo che gli dicevo sempre “ehi Pietro torna indietro che fai i danni della grandine”. Lui mi rispondeva “quanti gol hai fatto?” e io “sempre più di te”. Che ridere. Voleva vincere le partitelle e stava davanti. Però in partita vera spesso segnava sui calci piazzati, aveva un gran bel colpo di testa».

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