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Don Giuseppe, la corsa sotto il Rettilineo e una vita come nelle favole. Piovani: «Piacenza è il mio cuore».

JPP: «Giocherei per voi anche a 52 anni. Marchetti e Quartini gli artefici del miracolo. Leonardo persona unica, Cagni il condottiero. L’unico cruccio è non aver salutato il pubblico come volevo io». Il Pio ci racconta tutto: «Papais invecchiò tre anni in un colpo solo, lui e Suppa correvano per quattro».

Qui sopra Piovani mentre prova a dribblare Cannavaro. A pagina 1 il Pio da bambini al Milan, è il primo da sinistra accosciato nel cerchiolino verde insieme a Paolo Maldini. Sotto in una foto ai tempi del Brescia, è il secondo accosciato da sinistra. A pagina 2 mentre contrasta Candela, insieme a Sergio Volpi e poi mentre viene steso durante una gara contro il Torino. A pagina 3 nella festa dei 20 anni dalla prima promozione in A con Simonini, De Vitis e Chiti; infine durante un’azione in amichevole.

datei_s-6Alla fine si torna sempre lì. A quel gesto che ha fatto innamorare i tifosi, l’imprinting tra il Pio e la città. Proiettiamo nella nostra mente la sua corsa sotto al Rettilineo per caricarsi e pensiamo agli AC/DC. Quasi trent’anni dopo, quegli scatti, suonano come hard rock con un certo ricordo blues. La ripetitività di quel gesto faceva impazzire lo stadio.
Rock&Blues, bene, ora possiamo iniziare il viaggio nella vita di JPP, al secolo Gianpiero Piovani e non ha bisogno di presentazioni. Amori personali a parte, nell’applausometro della storia biancorossa il Pio ha sempre incassato - e sempre incasserà - il cento per cento perché, molto semplicemente, è la nostra bandiera e quindi è il più amato. Parlano i numeri: recordman di presenze in biancorosso con 342 gettoni, 3 promozioni in Serie A (e 6 campionati disputati nella massima serie col Piace), 11 stagioni, terzo marcatore di tutti i tempi con 57 gol che diventano 70 se ci mettiamo la Coppa Italia. Può bastare? Diciamo di sì. Prima di tuffarci nella sua vita, però, partiamo dalla conclusione.
Piacenza-Treviso, 10 giugno 2001, 1-1 con rigore di Piovani all’87’ e terza promozione in Serie A conquistata anche se l’aritmetica promosse gli emiliani tre giornate prima, contro la Samp. E’ quella l’ultima volta che lo vediamo in biancorosso.
«A cena, appena terminata la partita, dissero a me e al ds Marchetti che non facevamo più parte dei piani della società. E’ il mio cruccio questo, non solo trasformarono una festa in un funerale ma non mi diedero nemmeno la possibilità di poter salutare il pubblico allo stadio. A modo mio. Ancora oggi mi sale una gran rabbia per il modo e i tempi in cui me lo dissero. Con Leonardo non sarebbe mai accaduto. E ricordati una cosa: una volta mandato via il direttore Marchetti il Piacenza perse tutti i suoi valori che lo avevano contraddistinto per quasi vent’anni».
Ma riallacciamo il nastro e salpiamo per un viaggio meravigliosamente unico, con un piccolo suggerimento: lasciatevi assalire dalle emozioni.

Pio, non sono nemmeno partito.
«E vabbè, fammi dire sta cosa».

Dai.
«Ho letto l’intervista che avete fatto a Cagni, da come parla è diventato molto più malleabile, una volta era un martello pazzesco. Il ritiro estivo con lui era massacrante» e già si ride.

I migliori anni Piovani 5-2

Io parto sempre così: Scuola Calcio oppure Oratorio?
«Abitavo a 100 metri dall’Oratorio di Gerolanuova, frazione di Pompiano, a una manciata di chilometri da Orzinuovi. Era ed è ancora un paesino di 400 anime circa, dopo la scuola negli anni 70’ potevi andare solo lì per trovare qualcuno e finivi sempre per giocare. Avevamo il pallone e nient’altro. L’alternativa era stare da solo. Giocavamo all’Oratorio e in strada. Quando passavano le auto urlavamo “mortis” e ci si bloccava. Bei tempi».

C’erano anche parroci speciali.
«Premetto che io sono credente. Detto questo, ricordo sempre con grande affetto Don Giuseppe della mia parrocchia. Lui addirittura giocava con noi e ti dirò, mi ha insegnato davvero tanto. La diagonale e la postura del corpo sul campo le ho apprese da lui, concetti che ho ritrovato in molti allenatori, perfino in Serie A. Anche loro mi dicevano e insegnavano quello che ci spiegava Don Giuseppe».

Stiamo già diventando troppo seri. Partiamo: Oratorio e poi?
«Il paesino era tanto piccolo che il presidente della squadra decise di dare il suo cognome alla società: la Scalmati. Sfornò un bel numero di giocatori importanti: io ho fatto la A con Brescia e Piacenza ma da lì sono usciti Pedroni che andò alla Cremonese e Colombi all’Inter».

Le milanesi entrano ben presto nel tuo cammino?
«Sì perché dalla Scalmati andai a fare un provino all’Inter a 11 anni, mi presero e feci una stagione. Tornai alla Scalmati dopodiché mi prese il Milan, c’erano anche Stroppa, Maldini, Zanoncelli».

Però?
«Mia mamma e mio papà facevano enormi sacrifici perché c’era da andare a Milano tre volte alla settimana più la partita alla domenica e mio padre faceva il camionista. Richiedeva tempo e inoltre non volevano lasciarmi lì perché troppo piccolo. A quel punto c’era il Brescia che mi voleva e decisi di andare alla Leonessa».

E chi incontri?
«Due allenatori molto importanti per me: Faustino Turra e Dino Busi. Mi hanno dato tanto a livello formativo, come persona e calciatore. Busi mi portò fino alla Primavera dove in una stagione segnai 27 gol da punta centrale».

I migliori anni Piovani  7-2

Scusa?
«Sì ero bravo ad attaccare gli spazi e feci una gran stagione da numero 9».

Poi?
«Arrivo fino in Serie A nella stagione 1985-1986 e faccio l’esordio proprio contro il Napoli di Maradona. Era un gran bel Brescia quello. C’era il mio idolo, Tiziano Ascagni, io mi ispiravo a lui, ci portò dalla C alla A in due stagioni. Era una persona gentile, disponibile e generosa. In quel periodo ho imparato tanto perché alla fine ero l’unico ragazzino della squadra. Non ero nemmeno maggiorenne».

Una bella scuola.
«Prendevo gli schiaffi dai più vecchi, chiaramente erano “schiaffi” sani, ci mancherebbe, però è una palestra che manca molto ai giovani. Ne vedo alcuni oggi che hanno un talento immenso ma si perdono in sciocchezze. Devi essere fortunato a trovare sulla strada amici e professioni che ti insegnano certi valori del campo e, ovviamente, recepirli per farli tuoi».

C’era Beccalossi in quel Brescia.
«Era a fine carriera, aveva un talento incredibile. Persona squisita e simpatica, diciamo che ha fatto una strada meno importante di quello che avrebbe potuto perché quando giocava era davvero molto forte».

Dopodiché vai al Parma dove incontri Arrigo Sacchi. Che tipo era?
«Innovativo. Un allenatore che non aveva mai giocato al calcio ma ne sapeva più dei calciatori. Con Sacchi ho imparato i tempi di gioco e devo dire che mi divertivo con le sue idee. Bel Parma quello, con Bucci, Valoti, Mussi, Fontolan, Signorini, Melli, Bortolazzi. Sfiorammo la promozione e Sacchi plasmò quella squadra a sua immagine. Durante gli allenamenti non volava una mosca ma usava lo stesso il megafono».

Perché?
«La verità è che spesso gli si abbassava la voce. La sua fortuna fu che giocando contro il Milan in Coppa riuscì a impressionare Berlusconi e da lì nacque il Milan che avete conosciuto».

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Dopo il Parma torni al Brescia e poi a Cagliari.
«Sì con De Paola e in panchina c’era Claudio Ranieri, vincemmo la Serie C in Sardegna. Se da Don Giuseppe ho imparato diagonale e postura, da Sacchi i tempi di inserimenti, da Ranieri ho appreso la tattica.

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