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Caso Stadio Garilli: «Serve lungimiranza»

In questi anni si è individuato nel degrado degli stadi uno degli elementi maggiormente penalizzanti nel confronto fra il calcio del Belpaese e quello dei maggiori campionati europei. A livello locale, abbiamo aperto gli occhi, con l’inchiesta...

lo stadio Garilli-2
In questi anni si è individuato nel degrado degli stadi uno degli elementi maggiormente penalizzanti nel confronto fra il calcio del Belpaese e quello dei maggiori campionati europei. A livello locale, abbiamo aperto gli occhi, con l’inchiesta condotta da Sportpiacenza sullo stato di salute dello stadio “Garilli” (leggi qui la prima puntata), su quanto questa problematica incida anche dalle nostre parti. Ma come si può intervenire? Un’opportunità sembra essere rappresentata dall’accordo, datato lo scorso febbraio, raggiunto tra la Federazione italiana gioco calcio e l’Istituto per il credito sportivo. La convenzione, rivolta al tentativo d’incentivare la riqualificazione degli stadi secondo le norme stabilite dall’UEFA, mette a disposizione la somma di80 milioni di euro, dai quali si può attingere attraverso l’erogazione di prestiti agevolati. Chi contrae questi mutui può usufruire del totale abbattimento degli interessi fino a un massimo di 500.000 euro e può spalmarli su 10 anni nel caso sia una società affiliata alla FIGC (o un privato proprietario dell’impianto, di comune accordo con la società che lo utilizza) e su una durata massima di 15 anni nel caso il soggetto destinatario del finanziamento sia un Comune. Insomma, qualcosa si muove, ma bisogna essere molto attenti a cogliere tutte le opportunità. Su come fare e come farlo, invece, ci siamo fatti aiutare dall’Architetto Giuseppe Baracchi, presidente dell’ordine degli architetti di Piacenza con un master di secondo livello in impiantistica sportiva conseguito a l’Università “La Sapienza” di Roma: «La via maestra è che siano i privati a fare una scelta lungimirante investendo nelle strutture sportive - ha detto - anche se questo dovesse significare una riduzione del budget destinato alla squadra». Baracchi è un tecnico, ma anche un grande amante dello sport che sta spingendo per raggiungere un obiettivo: «Con l’ordine degli architetti, vogliamo dare una mano per candidare Piacenza a città europea dello sport nel 2018».

Perché, secondo lei, pur essendoci in Italia tanti stadi fatiscenti, non si riesce a intervenire in modo efficace?
«In Italia gli stadi sono per la grande maggioranza di proprietà comunale e ad oggi, mancando le finanze, credo che le attenzioni delle amministrazioni pubbliche siano concentrate su strade, ospedali, asili, ovvero tutte quelle strutture che sono destinate a un utilizzo più generalizzato. Così stante le cose, credo che le amministrazioni non possano più farsi carico di questi impianti, perciò l’unica via è che passino nelle mani di privati e vengano visti come una fonte di reddito».

Quindi, come si potrebbe muovere qualcosa qui a Piacenza?
«Non è semplice. Oggi, in Italia, di strutture sportive private ce n’è una sola, il Mapei Stadium, e poi ci sono due concessioni a lungo termine (99 anni, ndc) che sono lo Juventus Stadium e il Dacia Stadium dell’Udinese. Poi ci sono una serie di progetti, facenti capo a società di primo piano come Milan, Inter, Lazio, Roma e Fiorentina che faticano a partire per difficoltà di ordine burocratico. Quindi, se si fa fatica in serie A, immaginiamo nelle categorie inferiori dove gli introiti riconducibili a pubblico, diritti televisivi e pubblicità sono nettamente minori».

Potendo costruire, lei farebbe un impianto nuovo, oppure costruirebbe sul “Garilli” attuale?
«Ci sono esempi in tutto il mondo: bisogna costruire sull’impianto esistente. A Udine, per esempio, si è intervenuti sul vecchio impianto e la costruzione non ha comportato la chiusura dello stadio perché il lavoro è stato programmato su più moduli».

Quindi quale potrebbe essere una strada da percorrere per avere un nuovo “Garilli”?
«A Piacenza dobbiamo aver ben chiaro in testa che cosa si vuole raggiungere. Prima di tutto bisogna quantificare i costi, ci vorrebbe un progetto e quindi andare a parlare con l’amministrazione comunale, ma non prima di avere un’idea di come mettere insieme le finanze. Diversamente, è inutile avere macro idee che possono naufragare nel giro di un contatto».

Come s’immagina il “Garilli”?
«Piacenza ha bisogno di un impianto da 10-12 mila posti. Lasciando però aperta la possibilità di effettuare degli ampliamenti. Del resto lo sport è una realtà dinamica, che cambia di continuo, perciò sono necessari spalti modulabili, con una capienza che può essere ampliata o diminuita in base alle necessità future. Esempio: lo stadio Olimpico di Londra 2012. Partito con 80 mila posti, la capienza è poi stata diminuita a 60 mila. Oggi conta 40 mila posti, e sarà lo stadio del West Ham».

Spalmare la costruzione su più anni sarebbe possibile?
«Certamente sì, l’esempio è lo stadio dell’Udinese. Pur essendo stata fatta in tempi ristretti, la costruzione è avvenuta per step, senza mai chiudere l’impianto. E’ l’esempio di una città medio-piccola, con uno stadio all’avanguardia. Non è un caso che ne abbia risentito il risultato sportivo, ma è proprio qui che sta la lungimiranza delle società: raccogliere nel futuro i benefici di uno stadio che funziona».

In Italia però i risultati devono arrivare subito…
«E’ proprio qui il punto: le squadre non investono sugli stadi perché non sono incentivate. Non faranno mai se le strutture sono di proprietà dei Comuni. Mi viene in mente il modello Mapei Stadium. La Mapei produce vernici, collanti e materiali per l’edilizia, e ha trasformato lo stadio in una specie di laboratorio di prova dei propri prodotti. Io ci sono stato come tecnico: Mapei ti invita, ti mostra i suoi prodotti, che ha utilizzato in vari settori per rimodernare lo stadio. Inoltre, ha abbinato il marchio a una squadra di serie A, composta in gran parte da calciatori italiani, che ha raggiunto il sesto posto. Sono intuizioni geniali, che mi fanno pensare: allora si può investire in uno stadio».

L’Ordine degli Architetti di Piacenza, tra l’altro, sta inseguendo l’idea di candidare Piacenza come città europea dello sport.
«Esattamente, la Comunità Europea, annualmente, mette a disposizione queste medaglie alle città che si sono distinte nello sport: per l’Italia ce ne sono quattro. Di per sé sarebbe un riconoscimento simbolico, perché non garantisce finanziamenti per lo sport, ma attraverso questo premio negli anni a venire si potrebbe fare richiesta per accedere ai fondi europei. Il tutto funzionerebbe come una candidatura olimpica, con un piano d’interventi da mettere a punto. Faremo un incontro con il Coni: vorremmo candidare Piacenza per il 2018».
Marcello Astorri
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