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Adelante amigo. Giorgio Papais e un calcio che non c’è più: «Lo spogliatoio di quel Piacenza ti metteva in riga dopo 5 minuti»

Un viaggio fantastico nel Friuli degli anni '60 tra partite al campo, ciliegie rubate e la combriccola dei 15. Gli allenamenti con Zico: «Terribile marcarlo nelle partitelle, se gli facevo male mi arrestavano» e poi la grande avventura nei biancorossi. «Mi radevo la barba alle 3 di notte, il Moro se lo ricorda bene».

Qui sopra un primo piano di Giorgio Papais con la maglia del Piacenza. A pagina 1 alla cena di Piva insieme a Moretti, Piovani e Pinotti, poi con la divisa del Monza mentre segna un calcio di rigore in Coppa contro la Lazio. A pagina 2 l’Udinese Primavera campione d’Italia, Papais è il terzo accosciato da sinistra e ancora durante un ritrovo degli ex. A pagina 3 dei primi piani di Papais con la maglia numero 8.

datei_s-6Siamo un po’ incoerenti. Amiamo Moretti però abbiamo un debole per Stroppa. Ci inginocchiamo davanti a Piovani ma consideriamo Mino Lucci il nostro faro. Bobo Maccoppi ci ha regalato emozioni e il Brio grandi risate. C’è tuttavia un giocatore che ci affascina, per quello che incarna e per lo spirito di abnegazione sul campo. Geometrie, polmoni, mentalità, è il caro e vecchio numero 8: è Giorgio Papais.
«E’ da bambino che impari determinate cose, ad esempio, al Piacenza era tutto perfetto ma le scarpe me le pulivo ancora io a più di trent’anni, in Serie A, perché sono lo strumento del tuo lavoro».
Perché partiamo dal bambino? «E’ lì che affini specifiche qualità che ti serviranno più avanti. Quando ero piccolo c’era un allenatore, Costenaro, a cui ero affezionato. Aveva 67 anni. Lui ti metteva dentro a un cerchio e ti diceva “ora palleggia e fai attenzione che il pallone non esca dal cerchio, la palla non ha un cervello e non va dove vuole, va dove la mandi tu”. Dopo pochi mesi il mio piede sinistro era al livello del destro».
Torniamo sempre lì, forse bisognerebbe guardare al passato per tornare a formare calciatori. «Ha ragione Moretti quando dice che adesso si fa poca tecnica. Oggi un allenatore come Costenaro durerebbe tre secondi in una società. Se hai mezza fantasia te la tolgono subito. Ti dicono che non è prevista nello schema 8 a pagina 738 del loro manuale del calcio. Stupidaggini».
Quindi torniamo al passato. «Se oggi fai salire un bambino su di un albero ti arrestano, ricordati che sono quelle cose che fai da piccolo ad insegnarti la coordinazione e di conseguenza viene il resto».
Giorgio Papais, classe 1961, nato a Zoppola, Friuli Venezia Giulia. Come tutti i friulani è pragmatico, senza troppi fronzoli, abituato a sudare. Pioggia e vento gli mordono la faccia, però li trovi sempre dalla stessa parte.
«Vi consiglio un buon vino dei miei posti, un Pinot Grigio di Russiz». A noi piace lo Jermann. «Voi siete abituati bene, io meno». Ok, messaggio ricevuto, è quello che cercavamo. Partiamo per un viaggio dentro al Friuli di 50 anni fa.

Ci tuffiamo nella tua storia? I friulani sono molto legati alla propria terra.
«Fai conto che tuttora, in questo momento, ti parlo dalla vecchia casa dei miei in cui sono cresciuto».

Zoppola, provincia di Pordenone.
«Si, infatti io sono friulano-veneto. Più vai su e più si cambia, fino a diventare molto diversi da noi».

I migliori anni Papais 1-2

Ad esempio?
«Cleto Polonia è carnico, di Tolmezzo. E’ come dire italiani e tedeschi. Cleto era una sicurezza per noi, lui ti menava e stava zitto. Ti guardava con le mani alzate come a dire “ehi, cosa ti ho fatto? Nulla”. Stare zitto, correre e lavorare. Sono fatti così in quella zona».

Dobbiamo telefonargli perché ci parlate sempre tutti di lui.
«Una gran bella persona. Lo chiamavamo “pallina magica” perché correva, ti stendeva, cadeva a terra e in mezzo secondo era già in piedi. Ti giuro rimbalzava sul campo».

Ho quasi paura a chiedertelo: scuola calcio o altro?
«Non scherziamo. Il campo sportivo dove ho imparato a giocare è qui in fondo alla stradina di casa mia. Anzi, oggi c’è una strada ma negli anni ’60 c’era solo terreno. Due passi ed eri lì. Non c’era nient’altro ai tempi. Scuola, campo. Campo, scuola. E via così».

Pomeriggio formato pallone?
«Pensa che la palla a volte era addirittura difficile averle. Non c’era solo quella. Io e la mia combriccola, una quindicina di ragazzi circa, andavamo a rubare le ciliegie, ci arrampicavamo sugli alberi, catturavamo le cavallette. Facevamo anche le cose che non si potevano fare però abbiamo imparato la coordinazione. Oggi se dici a un ragazzo di salire sull’albero rischi l’arresto perché vola giù subito e si fa male».

I migliori anni Papais 3-2

E si giocava tanto.
«Nelle società di paese non c’erano mica tanti fronzoli. Due squadre: Allievi e Prima Squadra, stop. Io giocavo a 12 anni negli Allievi con quelli che avevano 2 o 3 anni in più di me. Poi, terminato l’allenamento, mi sedevo dondolando sopra al pallone e guardavo quelli della Prima Squadra. Se c’era bisogno di uno per la partitella finale volavo dentro».

Com’era il calcio?
«Dirti com’era è difficile, considera che a casa mia la televisione è arrivata nel 1968. Posso dirti come eravamo noi: duri. Nelle partitelle eravamo tanto cattivi che già lì c’era la prima selezione. Se eri bravo, andavi e resistevi allora giocavi».

Sennò?
«Ciao».

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Il Pio ci ha detto che nella Primavera aveva giocato perfino da numero 9. Giorgio Papais in che ruolo nasce?
«All’inizio facevo il libero poi mi hanno messo stopper ma avevo i piedi troppo buoni per stare lì dietro a randellare e basta, così passai centrocampista».

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