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Domenico Gresia, presidente della sezione piacentina Arbitri

Domenico Gresia, presidente della sezione piacentina Arbitri

Gresia riconfermato al vertice della sezione Arbitri di Piacenza. «L'obiettivo è crescere i giovani fischietti»

«I genitori mi ringraziano perché i loro figli imparano a prendere decisioni già a 15 o 16 anni. Andrebbero applauditi per questo, andrebbero incoraggiati e incitati all’inizio della partita. Prendere decisioni a quell’età non è facile»

striscione_marchini_2018-a1_s-2«Il “grazie” dei genitori perché vedono i loro figli crescere rimane la mia principale benzina». E ancora, sulla sospensione della gara di Champions tra Paris Saint Germain e Basaksehir della scorsa settimana, dopo che il quarto uomo Coltescu fu accusato di “razzismo” nell’indicare con la parola “negru” (in romeno) il giocatore da espellere all’arbitro. «Tutto ciò che è contro il razzismo ben venga, è una cosa da estirpare nella nostra società, però mi piacerebbe un giorno vedere squadre che si ritirano anche quando viene insultato dalle tribune un arbitro giovane, magari di 15 o 16 anni».
Domenico Gresia è uomo di pallone, soprattutto conosce profondamente il mondo degli arbitri tanto che, dopo i 6 anni già fatti, qualche giorno fa è stato rieletto a capo della delegazione provinciale di Piacenza per il prossimo quadriennio olimpico fino al 2024.
Persona da ragionamenti profondi, mai banali, cerca sempre una sintesi ma difende il suo mondo e ha ragione - aggiungiamo noi. Soprattutto quando si parla di giovani. «Noi cerchiamo di crescere prima gli adolescenti e poi l’arbitro, così dovrebbero fare anche le società di calcio. I genitori mi ringraziano perché i loro figli, facendo l’arbitro, imparano a prendere decisioni già a 15 o 16 anni».

Partiamo dal nuovo mandato: i macro obiettivi quali sono?
«Andare semplicemente nel segno della continuità di quello che è stato in questi anni, un progetto che sto portando avanti con i miei collaboratori senza i quali non riuscirei a combinare nulla. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di far sentire gli arbitri come parte di una famiglia. L’arbitro è da solo in campo ma deve allo stesso tempo sentirsi parte di una grande squadra. Quella che analizza, critica in modo costruttivo, permette alle partite di svolgersi regolarmente. Questo è».

E poi?
«Crescere prima di tutto i giovani come persone, dopodiché saranno arbitri, ma prima vengono gli uomini. I ragazzi che si avvicinano al nostro mondo, a volte, subiscono degli insulti inaccettabili durante le partite, anche delle giovanili. Quello è un percorso di crescita perché non è semplice agire e decidere quando qualcuno ti critica, in modo verbalmente violento».

Essere arbitro come percorso di crescita individuale, questo è prima di tutto il vostro lavoro?
«A me fa molto piacere una cosa, cioè, che quando questi ragazzi entrano nel nostro mondo iniziano anche un percorso di cambiamento. I genitori mi ringraziano perché i loro figli, facendo l’arbitro, imparano a prendere decisioni già a 15 o 16 anni. Andrebbero applauditi per questo, andrebbero incoraggiati e incitati all’inizio della partita. Prendere decisioni a quell’età non è facile, pensi lei farlo nello stesso momento in cui gente di 50 anni la sta insultando dalla tribune. Mi piacerebbe vedere un giorno vedere applaudito l’arbitro a inizio partita».

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