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Valdaveto terra di calciatori: il Kempes piacentino e la passione di Salsominore e Cattaragna

Dal cassetto dei ricordi - Celeste Re, il “Kempes” piacentino, racconta l’epopea del calcio in Valdaveto. A Salsominore una squadra in Terza e tanti tornei estivi vinti. A Cattaragna niente oriundi e si affinava la tecnica per cause di forza maggiore: la palla spariva

Il Kempes piacentino Celeste Re. Sotto, nell'ordine, "Kempes" nel 1993 dopo aver battuto in finale il Mezzano Scotti, due squadre del Cattaragna (la prima d'epoca, la seconda degli anni '90), il pubblico di Cattaragna, una sfida Cattaragna-Salso e ancora il pubblico durante una delle partite

E chi l’ha detto che il football è nato per mano degli inglesi? In Valdaveto non ne sono proprio così convinti, a giudicare da un simpatico “meme” che circola tra i più giovani. Nella zona più impervia della provincia piacentina, la passione per il calcio per molti decenni è stata infatti vivissima. Il bacino di giovani da cui attingere è sempre stato esiguo, eppure piccoli paesi di pochi abitanti si sono a lungo fatti valere con onore. In campo scendevano diversi fratelli, e in un modo o nell’altro quasi tutti erano cugini di primo o secondo grado. Paesi come Salsominore e Cattaragna hanno espresso nei tornei estivi squadre competitive. Quasi inutile aggiungere che l’atteggiamento non era mai propriamente quello di “partite amichevoli”.

Kempes nel 93 batte il Mezzano Scotti in finale-4Per farci raccontare la grande passione per il “football” della vallata più montanara della provincia chiediamo aiuto al salsese Celeste Re (un nome, un programma), classe 1960, poi ribattezzato con il soprannome di “Kempes”. «Me l’hanno dato nel 1978 durante i Mondiali argentini, vinti proprio da Mario Alberto Kempes. I capelli erano “quelli”, avevamo la stessa maniera di correre e pure le movenze. Mi rivedevo molto in quel giocatore, “andavo come un caccia” all’epoca, su tutto il campo, come faceva lui». La foto pubblicata racconta, da sola, molto di quel calcio: campi di terra e di sassi, ginocchia sbucciate, maglie in lana anche d’estate. Oggi ha quasi sessant’anni, ma non ha rinunciato al capello lungo alla Kempes. «Finché posso me li tengo, oggi i calciatori sono tutti omologati, tutti pettinati e “ingellati”. Sembrano degli attori, quando vedo le squadre entrare in campo in televisione ho vergogna, sembra che siano pronte per andare sul set e non a giocare a pallone. Mi fanno incazzare queste cose».

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Eppure “Kempes” è quasi sempre rimasto un anarchico del football. Non ha mai accettato le innumerevoli proposte del mondo dei Dilettanti. «A vent’anni, da dipendente Enel, giocai nella rappresentativa aziendale piacentina. In’amichevole di preparazione con il Monticelli di Prima Categoria ci chiesero quali fossero le nostre vere squadre: Caorso, Pontenurese, compagini cittadine. Ero l’unico che giocava solo d’estate, mai preso impegni con nessuno, era solo una passione nel tempo libero». Solo a 30 anni ha ceduto, tesserandosi in Terza, però per il suo paese, Salsominore: più tardi ancora con i rivali del Ferriere quando dal 1994 al 2001 i biancazzurri furoreggiarono in Terza. Non è mai uscito dai confini del comune. Rimpianti? «No, non mi piacciono questi ragionamenti. Tanti mi hanno detto che “ho sbagliato tutto”, ma sono riflessioni che lasciano il tempo che trovano. Ci vuole la testa e la grinta per giocare. Ce l’avevo per fare i tornei, ma non per due o tre allenamenti giù in pianura durante la settimana». In questi anni ha però accompagnato il figlio Riccardo a giocare nelle giovanili del Piacenza Calcio e del Fiorenzuola.

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