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Ciao Gian, ti vogliamo ricordare così

Si è spento nelle scorse ore l'amico - prima che collega - Gianluca Perdoni (leggi qui il ricordo della nostra Caterina Basso), uno dei volti più noti del giornalismo piacentino, versatile a molti dei temi toccati dalla nostra professione, ma...

Il giornalista piacentino Gianluca Perdoni
Si è spento nelle scorse ore l'amico - prima che collega - Gianluca Perdoni (leggi qui il ricordo della nostra Caterina Basso), uno dei volti più noti del giornalismo piacentino, versatile a molti dei temi toccati dalla nostra professione, ma soprattutto grande appassionato (e memoria storica di autorevole importanza) del Piacenza Calcio. Una malattia bastarda lo ha mangiato in pochi mesi, nonostante lui, sempre lucido in tutte le sue valutazioni, cercasse di infondere fiducia. «Ci vediamo presto nella sala stampa dello stadio Garilli» è stata l'ultima frase che abbiamo condiviso. Francamente non sono mai stato capace di scrivere "coccodrilli" e ricordi, figuriamoci quello di Gian che, prima di tutto, era un amico. Sincero e leale, preparato e spesso controcorrente, le nostre chiacchierate migliori erano sempre quelle sul Piacenza; lui che era un "nerista" preparato e un profondo conoscitore della sfera politica piacentina. Ha raccontato questa città su testate prestigiose ma, essendo io di natura "sportiva" ed essendo lui una memoria storica del nostro Piace, nei nostri incontri non potevamo che avere i biancorossi sullo sfondo.

Riportare il suo curriculum è un esercizio inutile però aiuta a comprendere la sua versatilità non solo sui temi, ma anche sui mezzi di comunicazione. Gian ha lavorato per quasi tutte le testate piacentine, è stato corrispondente sportivo (e non solo) del Corriere della Sera, Tuttosport, Il Giorno, Teleducato e infine l'ultima sua creatura: la redazione della web tv zerocinque23. Indimenticabili, per chi ama il Piacenza, i servizi "Album Biancorosso" come semplicemente meraviglioso è il libro scritto e stampato nel 1999 "Da Roncobilaccio alla Serie A", un viaggio del Gianluca prima bambino poi giornalista dentro al mondo del Piace: ne ha raccontato le gesta e gli eroi, e oggi, quello che io chiamo "l'autosufficiente micro mondo biancorosso" perde uno dei suoi pezzi. Non il più importante, perché tutti quelli che tifano Piacenza lo sono in egual misura, dal primo degli abbonati al più giovane dei giornalisti, ma sicuramente abbiamo perso una voce brillante e preziosa.

Ci sono colleghi che avrebbero decisamente più diritto di me di raccontare il Perdo giornalista e amico, tuttavia mi viene chiesto e quindi lo faccio perché è giusto lasciare una memoria. Gli aneddoti del cronista li risparmio perché, non avendo mai coperto quel campo, avrei poche cose da raccontare; ma il Piace, era davvero una grandissima fetta della sua vita. Il nostro incontro non poteva che essere uno shock, lui con le sue tesi e io con le mie: furono subito scintille. Col passare del tempo e degli eventi abbiamo imparato a conoscerci e a discutere in modo sempre più lucido del Piacenza e del suo "micro mondo" per arrivare alle chiacchierate di giugno 2012, quando il Tribunale sanciva il fallimento del club di via Gorra. Di solito il ritrovo era fissato alle 13.30 in un bar sulla via Emilia Pavese a metà strada tra casa mia e gli studi di Teleducato. «Caffè e Piace» gli chiedevo con un messaggio, «ok tra 10 min» rispondeva lui. Pomeriggi passati a parlare dei motivi che avevano portato al fallimento del Piacenza, sempre almeno un paio d'ore a tutti gli incontri. Si scendeva in profondità perché con lui si poteva. Non eravamo quasi mai sulla stessa lunghezza d'onda, io sono sempre stato troppo tifoso, lui lo era più di me, ma sapeva essere molto ortodosso nelle sue analisi. Ore e ore passate a parlare dei poteri forti della città, di banche, di imprenditori, politici e di come il fallimento del Piacenza fosse vincolato a tutti questi argomenti sviscerando frasi e analizzando mosse. Insomma con lui il Piacenza era roba seria, la tipica frase «tanto parliamo di pallone» era bandita, e io adoravo questo suo lato.

Poi è arrivata la malattia bastarda che ce l'ha portato via in meno di sei mesi. L'ultima volta che l'ho visto allo stadio era per il derby di fine settembre contro il Pro Piacenza anche se lui, quando sentiva che lo chiamavamo "derby", quasi si metteva a ridere. «Con la Cremonese è un derby, questa è una partita». D'altronde per uno come lui, con i suoi anni di militanza, non poteva che essere così. «Lo stadio e il Piacenza Calcio sono una scuola di vita decisamente migliore di quella che si trascina sui banchi di scuola» ha scritto nel suo libro da "Da Roncobilaccio alla Serie A". E ancora: «Prima il FantaPiacenza che avrebbe potuto competere per lo scudetto in Serie A, poi segnavo i compiti di scuola». Meravigliosa la conclusione della premessa: «… In futuro avrei realizzato che il calcio è la metafora della vita. Si lotta sempre per qualcosa: chi per un ideale, chi per inseguire il successo, chi per accumulare denaro, chi per un posto di lavoro, chi per sbarcare il lunario, chi per sopravvivere. L'importante è lottare. Sudare tutti i novanta minuti più recupero ed eventuali supplementari, correre senza tregua lungo tutto l'arco di un intero campionato. A testa alta, come Evert Skoglund, figlio di Nakka, Beppe De Gradi da Casalpusterlengo, Fabrizio Fioretti, Daniele Moretti, Giovanni Stroppa da Mulazzano». Ciao Gian, mi mancherai molto in quel gabbiotto.

Il funerale si terrà giovedì 10 aprile nella chiesa di Villò di Vigolzone.

Giacomo Spotti

E tutta la redazione di sportpiacenza.it
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