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Aspettando il Tour de France

Rodolfo Betta, eroe di un ciclismo che fu: il primo piacentino al Tour de France

Prese il via alla Grand Boucle nel 1926, chiudendo ottavo la tappa Bordeaux-Bayonne dopo aver dormito nelle stalle nei giorni precedenti

A Borgonovo Rodolfo Betta è entrato nel mito come certi eroi greci mirabilmente cantati da Omero. Sì, perché in anni lontani (era nato nella borgata della Valtidone nel 1902) le sue imprese sono sempre state in salita e controvento, con l’orgoglio di un contadino che cerca riscatto e affermazione in un’epoca di miseria e povertà. Betta a undici anni è già nei campi ad aiutare i genitori che sono salariati agricoli e nel 1915 quando molti contadini lasciano il lavoro perché la guerra chiama, Rodolfo allora quindicenne, deve moltiplicare le proprie forze nelle varie cascine tra Borgonovo e Seminò svolgendo i lavori più umili e faticosi. Come dice il Poeta, poca vita, sempre quella.

Betta però è magicamente affascinato dai campioni di un ciclismo pionieristico: Girardengo e Binda che staccavano tutti e arrivavano da soli al traguardo dopo tappe estenuanti e la loro vittoria aveva il sapore del trionfo, dell’epica. Betta ha occhi grandi e grandi sogni, per lui il miracolo del ciclismo è correre in strada con spirito d’avventura o come fosse terra di viaggio. Fatica per avere una bicicletta, la costruisce nei ritagli di tempo grazie all’aiuto dell’inseparabile fratello Pietro. Non ha paura di nulla, sopporta con sacrificio le difficoltà di ogni giorno e ottiene alcuni piazzamenti nelle corse di paese. Si allena all’alba, prima del lavoro. Ha coraggio, voglia, capacità e intraprendenza ma soprattutto è l’astuzia di Pietro a supportarlo con vari stratagemmi pur di vederlo tagliare il traguardo per primo. Si iscrive al “Veloce Club” di Castelsangiovanni e comincia a sognare imprese da eroe, in un tempo in cui il ciclismo non è ancora un dolce racconto mediatico che fa leva sulla fantasia del narratore, è però leggenda per i pochi che sanno leggere in un’Italia arretrata e non ancora scolarizzata.

E’ il 1926 quando a Rodolfo viene in mente di partecipare al Giro d’Italia dopo avere sbaragliato avversari e rivali nei circuiti di paese, tra Piacenza e Pavia e Cremona. Si accorda con la società “Aliprandi” di Parma senza però percepire alcun compenso, neppure il ferro, l’attrezzo, la bici con cui dovrà sferragliare lungo le strade bianche del Paese. Rodolfo si iscrive e fa parte dei tanti “isolati” o “disperati” come si diceva allora, i partecipanti di fortuna, soldati di ventura che provavano a disputare la loro gara, senza assistenza medica e senza tutele tecniche. Il Giro d’Italia del 1926 ha inizio il 15 maggio, Betta arriverà al capolinea nella sesta frazione, la Napoli-Foggia: rompe la bicicletta nei pressi di Benevento, la sistema e riprende a correre, ma arriverà fuori tempo massimo. Un epilogo che lascia l’amaro in bocca a Rodolfo, ma da questa delusione prende corpo la necessità di una nuova sfida, ancora più folle: partecipare al Tour de France. Nessun piacentino si è mai misurato con la corsa più famosa, più bella e più difficile. Il coraggio non manca certo a Betta. Invia il telegramma di iscrizione e in sella alla sua bicicletta raggiunge Ginevra, località da cui parte la Grande Boucle. Il Tourmalet l’avevano inventato nel 1910, il Galibier l’anno dopo. Molti allora salivano a piedi, chi non metteva piede a terra diventava un eroe, per provare il passaggio sulla vetta si stampava sul braccio l’immagine di un’aquila.

Centoventisei i partenti la mattina del 20 giugno, la maggior parte dei quali sono i “touristes-routiers”, in pratica gli omologhi degli “isolati”; il Tour è comunque molto peggio di come Betta se l’era immaginato. Per lui, solo in terra straniera e senza alcun tipo di aiuto, ogni tappa è un’avventura che si conclude spesso a notte inoltrata, con la disperata ricerca di un giaciglio: non di rado finisce per accontentarsi di una stalla. Col passare dei giorni, questo giovane eroe sente però crescere la condizione. Le gambe girano bene, a volte non gli sembra di sentire neppure la catena e nella tappa Bordeaux-Bayonne ce la mette tutta per arrivare con i primi. L’emozione è tanta e le gambe e il cuore ancora ben saldi nello sforzo dell’ultima accelerazione, arriverà ottavo. Il Tour per lui si chiuderà sui Pirenei quando giungerà al traguardo dieci minuti dopo la chiusura del controllo per un guasto alla bici e all’arrivo ad attendere Betta soltanto buio e silenzio. I corridori ritardatari spesso sono anime dannate che – come disse Vasco Pratoli – Dante dimenticò di cantare. Rodolfo torna a casa col morale a terra ma a sorpresa la comunità di Borgonovo lo festeggia e lo acclama, è infatti per tutti una specie di eroe, un campione di coraggio e di volontà.

Nel 1927 Betta vive il suo momento topico a maggio, in occasione della sua seconda partecipazione al Giro d’Italia. Inutile porsi domande, basta seguire questi atleti degli anni Venti e Trenta perché la follia appaia come uno stato naturale. Alla sesta tappa si parte da Torino e dopo il Passo Penice ci si rifornisce a Piacenza e si giunge a Reggio Emilia, 321 maledetti chilometri. Dirà Betta qualche anno dopo: “Quel giorno ci alzammo alle tre del mattino, gelammo sul Penice con quattro gradi sottozero, proseguii poi tra i dannati dell’inferno delle due ruote per altri quattro giorni ma stanco e malridotto fui costretto al ritiro nel corso della tappa Avellino-Bari”.  

Questa storia incredibile procede come un vecchio film in bianco e nero, con Betta che si trova in gara in più occasioni con i vari Girardengo, Binda, Guerra e altri professionisti di primo piano. A Borgonovo organizzeranno una gara ad inseguimento tra lui e Costante Girardengo che vincerà sulla distanza. Commenterà Rodolfo: “Voi non avete idea di cosa fosse il ciclismo negli anni Venti e Trenta. Un calvario, anzi peggio, perché il cammino della Croce non ha che quattordici stazioni, mentre spesso il nostro ne aveva quindici. Soffrivamo ogni giorno dalla partenza all’arrivo del Giro e del Tour”. Furono anni difficili quelli, il fascismo organizzava la vita delle persone e Betta, mentre percorre insieme ad altri ciclisti il ponte sul Po durante un allenamento nel 1931, viene urtato da una motocicletta e si frattura la rotula. E’ il passo d’addio. Gli anni successivi saranno il matrimonio, la nascita di quattro figli e lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Nel 1941 sarà richiamato alle armi, non è più giovanissimo e verrà congedato definitivamente l’anno successivo, nel 1942.

Dal Dopoguerra sarà organizzatore di manifestazioni ciclistiche e dirigente sportivo, fino al 1977 quando verrà a mancare. Rodolfo era nato e vissuto in provincia: e viene da pensare che solo in provincia si coltivano le grandi malinconie, il silenzio e la solitudine indispensabili per riuscire in uno sport così folle e faticoso e ancora oggi il suo mito aleggia tra Borgonovo e la Valtidone. Sic.

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