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Domenica, 16 Giugno 2024
Aspettando il Tour de France

Il Sessantotto di Vittorio Adorni e il volo dell'airone

Il campione del mondo prese parte a tre Tour de France senza grandi fortune, ma ha legato il suo nome ad altre storiche vittorie

Non ebbe fortuna ai tre Tour cui prese parte. Vittorio Adorni, campione autentico, partecipò alla Grande Boucle nel 1962, nel 1964 e nel 1965, purtroppo senza successo, anzi due volte fu costretto al ritiro e una volta arrivò decimo al traguardo di Parigi. La memoria mi porta però a Toleto, un minuscolo paese abbarbicato sulle colline del Basso Monferrato, territorio di confine tra Liguria e Piemonte dove ancora oggi i versi di Cesare Pavese rintuzzano queste terre in cui i vigneti di Barolo e Dolcetto sono tanta manna per i pochi abitanti di questo borgo fondato da spagnolesche truppe nel XVII secolo. E’ lì che trascorrevo da ragazzo le mie vacanze estive perché papà aveva ereditato un appartamento da uno zio marinaio (strana la vita), ed è proprio quella in casa in collina che una domenica di settembre del 1968 ebbi modo di assistere in tivù a una delle imprese epiche della storia del ciclismo.

Quel giorno tutto sembrò fermarsi grazie a Vittorio Adorni, protagonista di un capolavoro sportivo che sarebbe rimasto nel tempo e nella storia. Davanti a una tivù in bianco e nero, insieme a mio padre che già era sofferente di una malattia chiamata uomo (sarebbe mancato qualche anno dopo), assaporai il gusto del successo di un atleta italiano al Mondiale di ciclismo su strada. Una vittoria, quella di Adorni che riporta ai grandi dello sport: Coppi, Fangio, Lauda, Pelé, Maradona, Benvenuti, Paolo Rossi. Campioni autentici, veri.

Sul circuito dei Tre Monti di Imola, Adorni sente l’odore della terra, si alza in piedi, stringe il manubrio e va in fuga. Gli resiste Rik Van Loy da campione di razza quale è, entrambi macinano chilometri tra i fusti di grano, provano a inseguirli a distanza Eddy Merckx, l’olandese Janssen, Raymond Poulidor espressione della Francia operaia e proletaria, marcati da Franco Bitossi, Gianni Motta e Felice Gimondi. Al traguardo mancano ottanta chilometri, tantissimi, forse troppi ma Adorni intravede il piglio un po’stanco di Van Loy, scatta sulla rampa di Frassineto ed è fuga vera, quasi impossibile da sostenere; eppure Adorni non molla, anzi di chilometro in chilometro aumenta il proprio vantaggio e al traguardo di Imola c’è ancora Vittorio Adorni al comando, il suo vantaggio è di nove minuti sul belga Herman Van Springel e di 10 su Michele Dancelli, tra i pochi superstiti in questa folle corsa.

Mio padre tira fuori il successo di Fausto Coppi a Lugano nel 1953 e ha ragione, Adorni il 1° settembre è campione del mondo e per più di due ore si è sentito in tivù soltanto il suono del suo passo cadenzato e austero, calibrato e sempre più sicuro. Una fuga infinita che resta tra le imprese più belle della storia del ciclismo.

Da quel giorno un mio desiderio fu quello di conoscere Adorni, perché era persona intelligente, atleta poliedrico, uomo in grado di sostenere uno scambio di idee con giornalisti quali Sergio Zavoli, Enzo Biagi e con il vate Giòan Brera, raffinato intenditore di ciclismo come pochi. E l’occasione arriva nella primavera del 1986, quando il Giro d’Italia fa tappa a Piacenza. La carovana era partita da Foppolo e il volatone è sul Facsal dove la spunta Guido Bontempi, un predestinato degli arrivi in volata che si fa valere non solo al Giro, ma anche sulle strade del Tour e nelle classiche europee.

Sindaco di Piacenza in quegli anni è Angelo Tansini (1985-1990), assessore allo sport, Gianni Levoni; entrambi hanno voluto a tutti i costi che il Giro arrivasse nella loro Piacenza. Per la circostanza il Palazzetto di via Alberici si trasforma in accogliente sala stampa e Vittorio Adorni è tra i commentatori della corsa. Ci conosciamo grazie a Sandro Pasquali, giornalista e mio diretto superiore all’Ufficio Stampa del sindaco; abbiamo modo di stare insieme, di parlare amichevolmente e di programmare una serata a Piacenza. Gli dico che è nel mio cuore da quel lontano 1968, mi risponde che occorre guardare avanti e che il suo presente sono i commenti sul Giornale diretto da Indro Montanelli e la redazione sportiva della Rai. Ne va orgoglioso e una domenica mi invita come ospite tra il pubblico della Domenica Sportiva. Qualche anno più tardi sarò io a ospitarlo in Fondazione all’Auditorium Santa Margherita, coordinerà l’amico giornalista Vito Neri. Ne esce una serata di spessore e di intrattenimento. Io sono dietro le quinte, prendo appunti, scriverò l’articolo su Libertà. In seguito saranno altre le occasioni d’incontro, Parma non è lontana da Piacenza e anche in quelle occasioni Adorni non abbandonerà mai l’innata classe e una signorilità tutta sua.   

C’è un libro scritto da Alessandro Freschi e che ha per titolo “Il volo dell’airone. La biografia di un grande campione” che racchiude i successi di Vittorio, uomo di sport a tutto tondo: “Airone è un soprannome che mi diedero i primi massaggiatori, dicendo che a loro ricordavo Coppi: è piaciuto ed è finito in copertina”, raccontò Adorni, spiegando il titolo della sua biografia. Così alle sue tante vite (ciclista, imprenditore, presentatore tv, dirigente d’alto rango, uomo di marketing e giornalista), alla soglia degli 85 anni aggiunse anche quella di scrittore, svelata in uno dei luoghi cult della sua Parma, l’ex sede della Barilla, laddove tutto era cominciato: “Ero un dipendente – disse nel corso della presentazione del libro – prima di andare a lavorare mi allenavo. Un giorno sbagliai strada e mi presentai in ritardo, nel cortile c’era solo il cavalier Pietro Barilla che, vedendomi, mi chiese cosa facessi lì in bici: saputo che ero un corridore, mi disse di prendermi tutto il tempo di cui avevo bisogno per prepararmi alle corse”.

Diceva Abbie Hoffman, esponente della sinistra radicale degli Stati Uniti: “Eravamo giovani, eravamo avventati, eravamo arroganti, stupidi e testardi ma avevamo ragione”. Questi eravamo noi, ragazzi degli anni Settanta che tifavamo per Adorni, Lauda e la Nazionale di Rivera e Mazzola. Chiedetelo ai ragazzi di oggi, vi risponderanno con un tweet.

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