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Aspettando il Tour de France

Felice Gimondi, quando il Tour si fa storia

Durante una serata trascorsa nel Piacentino disse: «Sono orgoglioso dell’affetto di tanti amici, tanti sportivi e di essere ancora ricordato nonostante il tempo»

Ho conosciuto Felice Gimondi una sera di luglio a Castell’Arquato. E’ stato uno dei maggiori protagonisti del ciclismo mondiale, uno dei più grandi di tutti i tempi, soprattutto per noi italiani. Ha vinto quasi tutto, Tour, Giro, classiche europee e se sulla sua strada non avesse trovato Eddy Merckx il Cannibale, che ha vinto tutto e anche qualcosa in più, Felice Gimondi sarebbe stato il numero uno. Quella sera presentò la sua biografia scritta con Maurizio Evangelista “Da me in poi” (Mondadori), un volume che racchiude i successi e le fatiche del ragazzo di Sedrina, paese abbarbicato sulle alture della Bergamasca che lo ha visto crescere a pochi chilometri da Sotto il Monte, il paese natale di Papa Giovanni XXIII e che lo ha visto pedalare sempre più forte fino a ottenere nel 1965, una vittoria al Tour de France che profuma di storia, mito, leggenda.

Parlammo a lungo quella sera, cenammo da Faccini, noto ristorante lungo la provinciale per Castell’Arquato, a Sant’Antonio, famoso per uno storico piatto, la faraona cotta nella creta, specialità unica nel Piacentino. Felice si lasciò andare e mi parlò da amico, nonostante i nostri contatti prima di allora fossero state solo telefonici: “Il libro è il bilancio di una vita – disse – sono orgoglioso dell’affetto di tanti amici, tanti sportivi e di essere ancora ricordato nonostante il tempo e la conferma più bella l’ho avuta in occasione del mio 70° compleanno, celebrato con una festa bellissima nella mia Bergamo e seguita dalla partenza del Giro di Lombardia in mio onore”.

Parlò del Tour: “Avevo soltanto fame di correre e di esperienza. Quello del 1965 era un Tour con un percorso completo. Si partiva con due semitappe a Liegi e la seconda arrivava a Roubaix, la terra del pavé: la Roubaix, quella vera, l’avevo disputata per la prima volta la primavera precedente e non mi aveva spaventato e l’avrei vinta qualche anno dopo. Al Tour avevo gambe buone e arrivai all’ingresso del velodromo nel gruppetto di testa. Con un piccolo problema: non avevo mai fatto una volata in pista. Ma andò bene, mi misi davanti a tutti cercando di non far passare nessuno e fui battuto solo da uno specialista come Bernard Van De Kerkove. Quell’anno non c’era Anquetil e Raymond Poulidor, adorato dai francesi, era il grandissimo favorito. Lo chiamavano Poupou era ed è una persona amabile e un grandissimo campione la cui carriera fu bloccata prima da Anquetil e poi, come me, da Merckx. E io riuscii a soffiargli la Grande Boucle proprio prima che cominciasse il dominio di Merckx, quando lui aveva già quasi trent’anni. Sul Mont Ventoux avrebbe potuto farmi affondare e vincere il Tour se non avessi avuto l’intelligenza di gestire bene le forze. Poupou era il grande favorito e l’idea (soprattutto dei francesi) era che dopo l’impresa del Ventoux si potesse riprendere la maglia nella cronoscalata del giorno successivo. La sera prima della tappa vennero a trovarmi sponsor e amici dall’Italia. Mi trattarono come se stessi per crollare da un momento all’altro. Hai fatto una grandissima corsa, dicevano, non ti preoccupare di quello che succederà, il Tour è come se l’avessi vinto. Insomma, mi preparavano al tracollo, ma agli Champs Elisées arrivai prima io”.

Su Eddy Merckx: “Probabilmente senza di lui la mia carriera sarebbe stata meno sofferta e meno complicata, era un mostro, assolutamente fuori dalla portata di chiunque. Eppure, nonostante lui e forse grazie a lui, sono diventato Felice Gimondi. Io mi sono trovato con il più grande di sempre e ho lottato come un leone per contrastarlo. Se mi volto e guardo il mio passato di professionista penso di avere fatto tutto il possibile”. Una vita di soddisfazioni grandi: “Porto con me tante cose belle grazie al ciclismo – aggiunse – dal giorno del mio matrimonio alla nascita delle mie due figlie. Ricordo con grande gioia anche quando vinsi il mio terzo Giro d’Italia a quasi 34 anni, senza trascurare il titolo mondiale dopo un lungo faccia a faccia proprio con Merckx. Quando lo conobbi diversi anni prima – proseguì – fu un impatto cruento anche dal punto di vista psicologico. Dal 1965 al 1967 ero stato io il Cannibale, poi arrivò la cronometro del Giro di Catalogna: persi per 33” e mi crollò il mondo addosso. Due anni impiegai a farmene una ragione, poi compresi perché aveva vinto: era il più forte”.

Ricordi lontani: “La morte di Tom Simpson – spiegò – è ancora oggi un buco nero. Quando nella salita del Ventoux, in una giornata eccezionalmente calda, andò in crisi e si fermò, per poi proseguire anche per l’incitamento del pubblico nessuno di noi si aspettava che dopo pochi minuti avrebbe avuto un collasso cardiaco e che tutti i tentativi di rianimarlo sarebbero stati inutili. Fu un dramma, ma credo anche che quella di Tom sia stata la prima morte di doping. Infatti in base ai risultati dell’autopsia, concause della morte furono le anfetamine assunte”. Infine il mondiale vinto a Barcellona nel 1973: “Quel giorno ho capito che quando ti capita l’occasione non puoi permetterti di non farti trovare pronto. Sul circuito del Montjuic ho fatto un capolavoro. Due belgi da battere: Merckx e il giovane Maertens, oltretutto coalizzati per farmi fuori. Nel finale mi accorsi che Eddy non pedalava benissimo. In volata mi giocai alla grande l’occasione della vita. Andò bene”.

Queste domande furono proposte anche durante la serata sulla piazza medievale. Rimanemmo entrambi delusi dalla presenza di poche persone. In lontananza un giardinetto coi bambini che giocavano e qualche anziano ad ascoltare la storia di uno dei più grandi campioni di sempre. Quando ti capitano addosso quelle serate, e ne ho vissute tante, credetemi, ti senti a pezzi, ti chiedi dove hai sbagliato. Ci salutammo con un pizzico di amarezza, l’attendeva l’auto di servizio che l’avrebbe accompagnato nella sua enorme casa di Paladina, sulle colline bergamasche, più castello che abitazione civile. 

Quando venni a sapere della sua scomparsa nel 2019 mentre era in vacanza con la moglie in Sicilia, ero in vacanza a Molveno, mi ritrovai addosso infanzia, adolescenza e prima maturità, una montagna di ricordi. Soprattutto, però, capii in quei giorni che il tempo è davvero l’unico capitale che un essere umano ha, e l’unica cosa che non può permettersi di perdere. Ebbi la piena consapevolezza di quanto fosse stato bello il mio mestiere, un artigiano dello scrivere nato e vissuto in provincia: incontrare e scrivere di persone grandi che sanno essere umili, proprio come accadde con Felice quella sera.   

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