Giovedì, 23 Settembre 2021
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Le Olimpiadi della gentilezza, dei sorrisi sotto le mascherine e dei problemi risolti - Il diario del nostro inviato a Tokyo

Iniziano i Giochi giapponesi, ecco come è andato l'arrivo in un Paese che tiene alti i controlli ma non rinuncia a farti sentire un ospite gradito

Elia Viviani e Jessica Rossi, portabandiera dell'Italia

Dal nostro inviato a Tokyo

Il sorriso dei giapponesi, la pazienza, il continuo ripetere “Questo lo risolviamo, non preoccuparti”. Iniziano così le Olimpiadi di Tokyo, con la fiaccola a Cinque cerchi  accesa nella serata giapponese per dare il via alla prima edizione con un pubblico solo virtuale. Quali sono i primi camei dell’edizione più strana di sempre? L’accoglienza all’aeroporto. Tutti vestiti con i camici medici, non fai in tempo a scendere dall’aereo che ti trovi di fronte un gruppo di disponibilissimi e gentilissimi volontari. La prima domanda che mi pongono è sul funzionamento della app Ocha, indispensabile per entrare in Giappone. E quando dico che a me, come a tanti mei colleghi nei giorni scorsi, non funziona, l’esordio non è promettente. «Allora mi sa che ci vorrà molto tempo». Non una buona premessa per uno che si è fatto 14 ore di volo a cui aggiungerne tre durante lo scalo a Dubai. Accompagnati da due addetti inizio così una lunga passeggiata per l’aeroporto deserto di Narita, riservato solamente agli operatori delle Olimpiadi. La prima tappa è una stanza in cui non faccio in tempo a entrare che vengo accolto da sei (dico sei) persone che prendono il mio smartphone, valutano il problema e senza nemmeno parlare si mettono al computer. «Intanto tu siediti» mi spiegano; non il massimo per uno che nelle ultime 24 ore è rimasto su un aereo almeno 18 e spera di uscire il prima possibile all’aria aperta. Ma qui probabilmente restare in piedi è segno di impazienza. Passano due minuti d’orologio e tornano spiegando: «Il problema è risolto». In realtà la app continua a non funzionare, ma l’ostacolo è aggirato affidandosi a un buon vecchio foglio di carta, che non tradisce mai. Tiro un sospiro di sollievo perché l’attesa è stata davvero lampo, ma ancora non so cosa mi attende.

La stanza successiva è il tampone salivare da superare nonostante nelle precedenti 96 ore sia stato sottoposto a due controlli “classici”. Il problema è che, seguendo alla lettera le indicazioni, non ho mangiato né bevuto nella mezz’ora precedente e l’operazione prevede, terra terra, che debba sputare in una provetta fino a una riga che a me sembra irraggiungibile. La responsabile continua a sorridere ma è inflessibile: «Così non va bene» mi dice a ripetizione perché il campione è scarso. Almeno fino a quando, a un passo dalla disidratazione e con la lingua felpata di fantozziana memoria, mi concede il via libera per lo step successivo, che si rivelerà il più ostico.

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