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Luca Tencati, il saluto dell'antipersonaggio vincente: «Mi piacerebbe essere ricordato come un uomo onesto ed educato»

Il centrale piacentino lascia il volley dopo vent'anni di A1. «I tre pallavolisti più forti? Papi, Simon e Gustavo. Cosa farò adesso? Mi piacerebbe lavorare con i giovani»

Luca Tencati a colloquio con Luca Monti

Quando arrivò a Piacenza nel 2010 Angelo Lorenzetti, che allora allenava i biancorossi, lo presentò così: «E’ il giocatore che ho sempre sognato di allenare, lo portavo ad esempio a tutti i miei ragazzi mostrando come si dovesse fare il muro». Qualcuno racconta che Luca Tencati in quell’occasione arrossì. Di certo in queste sette stagioni in biancorosso ha dimostrato cosa significa davvero l’attaccamento alla maglia, dall’urlo liberatorio a Roma in occasione della salvezza del Copra arrivata al penultimo set dell’ultima giornata fino ai trionfi in Coppa Italia e in Champions Cup. E anche quando era finito in panchina, pagando la carta d’identità e una pallavolo sempre più fisica, si è sempre meritato elogi e segnalazioni di compagni e dirigenti. Fedele al suo carattere non lo ha mai detto, ma anche quest’anno è sceso in campo in condizioni precarie perché sapeva che Giuliani non aveva altre soluzioni. Sempre al servizio della squadra, sempre pronto a dare una mano anche per un paio di scambi, lui che non ha una bacheca ma un museo con sei scudetti, 3 Champions League, 2 Coppe Cev, 5 Coppe Italia, 2 Challenge Cup, 5 Supercoppe italiane, 1 Supercoppa europea e un campionato europeo con la maglia dell’Italia a cui aggiungere una sfilza di successi con le giovanili azzurre.

Perché arriva proprio adesso la decisione di chiudere con la pallavolo giocata?

«In questi anni si era fatta largo l’idea che avrei continuato a giocare finché avrei potuto farlo a Piacenza, in parte per la famiglia in parte per la società. Adesso non c’erano più i presupposti; è stato un piacere e un privilegio giocare qui ma è arrivata l’ora di chiudere».

Cosa ti mancherà di più del volley?

«Probabilmente me ne renderò conto più avanti. Secondo me tutto l’ambiente, i compagni, i dirigenti, le amicizie che girano attorno al nostro piccolo mondo. Ma devo ancora metabolizzarlo».

Come ti piacerebbe essere ricordato da giocatore fra 10-15 anni?

«In questi giorni ho ricevuto tanti attestati di stima e bellissime parole. In molti mi hanno detto che sono stato un discreto sportivo (sì, usa proprio la parola “discreto” lui che ha vinto tutto ndr) ma soprattutto un uomo onesto e educato. Questa è la cosa che mi rende più contento».

Questo tuo essere antipersonaggio in un’epoca in cui conta più l’apparire rispetto all’essere pensi ti possa avere almeno in parte danneggiato?

«Non credo. La pallavolo mi ha dato tanto, non posso davvero chiedere di più. E poi il mio carattere è questo, nelle squadre in cui ho militato non sono mai stato la punta di diamante, ma sono sempre riuscito a ritagliarmi un ruolo importante grazie anche alle mie caratteristiche fuori dal campo».

Qual è il rammarico più grande di una carriera incredibile?

«Non aver partecipato alle Olimpiadi. In Nazionale ho vinto un’Europeo in Italia e ho giocato anche ai Mondiali, ma non sono mai riuscito a incastrare i tempi nel modo giusto per vestire la maglia azzurra ai Giochi».

E la gioia indimenticabile?

«Sicuramente l’Europeo di Roma, un’emozione indescrivibile anche perché è arrivata insieme al gruppo storico di Treviso, quello con cui ero cresciuto. Con il club direi la vittoria del primo scudetto con la Sisley, espugnando in gara 4 il campo di Modena. Era il nostro primo anno da titolari, eravamo una squadra forte ma giovane e riuscimmo subito a centrare l’obiettivo».

Meglio la pallavolo di quando hai iniziato o quella di adesso?

«Per le mie caratteristiche fisiche sicuramente quella di alcuni anni fa. Ma lo sport si rinnova e anche adesso giocano pallavolisti formidabili».

Se dovessi scegliere i tre pallavolisti più forti con cui hai avuto a che fare?

«Difficilissimo, anche perché ho giocato con tutti i migliori. Quando ho iniziato a Treviso c’erano Gardini, Gravina, Bernardi, Blangé e l’elenco potrebbe proseguire a lungo».

Però devi sceglierne solo tre.

«Allora dico Papi, considerato anche il fatto che in questi 20 anni le nostre strade si sono incrociate spesso, poi il cubano Simon e il brasiliano Gustavo, che mi è rimasto nel cuore non solo per le sue qualità pallavolistiche».

Adesso che da giocatore saluti che cosa vorresti fare?

«L’intenzione è di restare nel mondo del volley. E’ un po’ il sogno di tutti quelli come me che smettono dopo tanti anni di pallavolo, ma vediamo che i posti disponibili sono molto pochi. Se posso scegliere vorrei lavorare con i giovani».

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